Il 13 novembre scorso, nel salone “De Paù” della Biblioteca comunale, è stata fatta la presentazione del IX volume storico-tradizionale del prof. Giuseppe Grassi. “La Corsa all’Anello nel catino di Piazza Cavour – Il Gioco Equestre di Terlizzi”, edito dalla Cooperativa Culturale R.T.S. Particolarmente interessante è stata l’introduzione di Maria Teresa de Scisciolo (Direttore de “Il Confronto delle idee) che ha anche moderato gli interventi della dott.ssa Lucrezia Stellacci (Direttore Ufficio Scolastico Regionale), del dott. Onofrio Introna (Presidente Consiglio Regionale Puglia), del prof. Nunzia Tarantini (Dirigente Liceo “Fiore”), prof. Rosaria De Matteis (Dirigente Ist. Prof. “De Gemmis”). Ha portato i saluti dell’Amministrazione comunale all’autore ed ai numerosi presenti l’Assessore alle Politiche Culturali prof. Domenico Paparella.
Il denominatore comune di tutti gli interventi è stato il riferimento costante all’ecletismo della vita professionale, culturale, sociale, giornalistica e letteraria dell’instancabile autore terlizzese, le cui opere attraverso l’anamnesi storica che le caratterizza, sono sempre stimolo per la riflessione e la progettualità costruttiva, orientati a favorire, soprattutto da parte delle giovani generazioni, l’amore per la propria città, che lo ha visto sempre tra i protagonisti della vita politica, amministrativa, sociale, culturale.
Questo lavoro di ricerca, come gli otto che lo hanno preceduto, s’inquadra nella storia locale, ma si raccorda anche, come evidenzia l’autore nella sua presentazione, a quella “universale o generale, esorcizzando ogni tentazione municipalistica o provinciale”. “Nello scrivere – afferma – si deve sempre tener presente che l’eventuale lettore abbia a leggere pagine che gli servano per la vita, che i documenti della ricerca sviluppino in lui uno spirito di osservazione e una chiara coscienza critica, inserendoli quindi nell’indagine di un processo storico…..Il passato non è celebrazione, ma bensì l’individuazione dei nodi storici di cui resta vivo, nel bene e nel male, tutto il connotato simbolico”.
Di qui la sua conclusione: “Non sarebbe sbagliato che la Scuola terlizzese, altri studiosi e il Comune trattassero problemi riguardanti uno studio dettagliato sul Centro storico e su quanto di storico c’è nel nostro paese. La loro salvaguardia è un impegno di civiltà, un dovere morale e culturale della comunità contemporanea”.
Siamo grati all’instancabile e bravo autore per l’ennesima opera donata ai nostri concittadini, nella speranza che attraverso di essa possa realizzarsi il suo auspicio: “sentirsi uniti verso un progetto, uno scopo, in apparenza pretestuoso, ma nella sua reale sostanza denso e ricco di sani propositi per una profonda intuizione e per un intimo convincimento”.
venerdì 19 novembre 2010
17 novembre: mobilitazione internazionale degli studenti. L’unione fa la forza.
Da settant’anni il 17 novembre è una data internazionale di mobilitazione degli studenti. Il 17 novembre 1939 centinaia di giovani cecoslovacchi che si opponevano alla guerra furono arrestati e uccisi dai nazisti. Nel 1941 alcuni gruppi di studenti in esilio decisero che il 17 novembre sarebbe diventato l’International Students Day, la giornata internazionale di mobilitazione studentesca. Il 17 novembre del 1973 un carro armato abbattè il Politecnico di Atene per reprimere la rivolta studentesca contro la dittatura militare. Il 17 novembre 1989 in Cecoslovacchia la commemorazione del 1939 divenne l’inizio di una rivolta contro il regime.
Anche quest’anno in Italia hanno sfilato diversi cortei. A Bari si sono recati anche molti studenti della nostra città, che hanno voluto far sentire la propria presenza per denunciare che oggi non s’investe più su di loro, sugli studenti, sulla scuola, sull’università, sulle borse di studio.
Non solo. La denuncia riguarda anche la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro, dove si sentono calpestati, con contratti di stage per mesi, contratti a tempo determinato per anni, poche garanzie, poche tutele, poco interesse.
Tanti studenti, pertanto, sono andati in piazza per rivendicare il loro diritto allo studio, e ricordando alle classi dirigenti che la loro formazione è la garanzia che un domani saranno all’altezza dei problemi da affrontare e che sapranno trovare le soluzioni migliori.
Sono andati in tanti per sbandierare convintamente ed unitariamente la bandiera del CAMBIAMENTO.
Cambiare per ampliare i loro diritti, le scuole fatiscenti senza aule, palestre, laboratori, non a norma. Cambiare una didattica fatta di nozioni che reprime la creatività. Cambiare i programmi scolastici e costruirli insieme con docenti e genitori. Cambiare i cicli scolastici che dividono gli studenti dei licei da quelli dei tecnici e dei professionali. Cambiare le scuole per costruire una democrazia basata sul consenso e sulla partecipazione e non sui poteri forti. Cambiare la condizione di precarietà che gli studenti vivono nell’accesso al sapere a causa dei costi elevati. Cambiare Il diritto allo studio per sconti sui trasporti e consumi culturali, borse di studio, comodato d’uso dei libri di testo. Cambiare una scuola che insegna la repressione e la paura per interrogazioni sempre simili a condanne. Cambiare la valutazione e dare diritto al recupero: per costruire una valutazione come percorso e non come sentenza.
Come non fare nostre queste legittime ed obiettive proposte di cambiamento? Non limitandoci giovani e non più giovani alle mere celebrazioni, ma facendo sentire sistematicamente l’esigenza comune di aspirare ad un futuro migliore.
Anche quest’anno in Italia hanno sfilato diversi cortei. A Bari si sono recati anche molti studenti della nostra città, che hanno voluto far sentire la propria presenza per denunciare che oggi non s’investe più su di loro, sugli studenti, sulla scuola, sull’università, sulle borse di studio.
Non solo. La denuncia riguarda anche la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro, dove si sentono calpestati, con contratti di stage per mesi, contratti a tempo determinato per anni, poche garanzie, poche tutele, poco interesse.
Tanti studenti, pertanto, sono andati in piazza per rivendicare il loro diritto allo studio, e ricordando alle classi dirigenti che la loro formazione è la garanzia che un domani saranno all’altezza dei problemi da affrontare e che sapranno trovare le soluzioni migliori.
Sono andati in tanti per sbandierare convintamente ed unitariamente la bandiera del CAMBIAMENTO.
Cambiare per ampliare i loro diritti, le scuole fatiscenti senza aule, palestre, laboratori, non a norma. Cambiare una didattica fatta di nozioni che reprime la creatività. Cambiare i programmi scolastici e costruirli insieme con docenti e genitori. Cambiare i cicli scolastici che dividono gli studenti dei licei da quelli dei tecnici e dei professionali. Cambiare le scuole per costruire una democrazia basata sul consenso e sulla partecipazione e non sui poteri forti. Cambiare la condizione di precarietà che gli studenti vivono nell’accesso al sapere a causa dei costi elevati. Cambiare Il diritto allo studio per sconti sui trasporti e consumi culturali, borse di studio, comodato d’uso dei libri di testo. Cambiare una scuola che insegna la repressione e la paura per interrogazioni sempre simili a condanne. Cambiare la valutazione e dare diritto al recupero: per costruire una valutazione come percorso e non come sentenza.
Come non fare nostre queste legittime ed obiettive proposte di cambiamento? Non limitandoci giovani e non più giovani alle mere celebrazioni, ma facendo sentire sistematicamente l’esigenza comune di aspirare ad un futuro migliore.
La violenza esercitata contro le donne è ancora inaccettabile barbarie. Diciamo “no” a questa inciviltà.
Il 25 novembre si è celebrato in tutto il mondo la “Giornata contro la violenza sulle donne” per ricordare le tre sorelle Miraball, torturate, stuprate e uccise dai militari del dittatore Trujillo, nel 1960 a santo Domingo.
Con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale dell’ONU ha fissato per il 25 novembre la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.
La violenza contro le donne ha molte facce: le uccisioni e gli stupri sono gli aspetti più drammatici delle violenze dentro e fuori le mura domestiche, nei luoghi di lavoro, per le strade. I dati riguardanti le violenze subite dalle donne sono agghiaccianti, soprattutto se riferiti alla società civile. La violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica è la pura violazione dei diritti umani e, talvolta, l’assenza di leggi adeguate e il silenzio sono complici di tali violazioni.
La violenza è sofferenza ed umiliazione. E’ la prima causa di morte tra le donne nel mondo.
Istituzioni, servizi, strutture educative, forze dell’ordine, parti sociali, partiti politici, mass-media, donne e uomini, tutti si devono sentire coinvolti in un’unica forza di cambiamento.
Leggere e comprendere la natura e le implicazioni di un fenomeno così radicato e complesso come quello della violenza sono premessi indispensabili alla progettazione di politiche e interventi a favore delle donne e di tutti i cittadini del territorio. La raccolta sistematica e condivisa dei dati permette la giusta comprensione dell’attuale situazione di donne e bambini e di trovare i mezzi e gli strumenti più opportuni per intervenire sia dal punto di vista della prevenzione, sia dal punto di vista della presa in carico globale delle vittime della violenza, sia dal punto di vista della terapia e cura degli aggressori.
Andiamo in piazza, riempiamola e facciamo diventare una giornata di mobilitazione locale e nazionale dell’intera società di donne e di uomini, per affermare che senza il riconoscimento della libertà e della dignità delle donne nessuna convivenza è possibile.
Chiediamo unanimemente al Parlamento, come Consiglio comunale di Corato, di dare priorità al tema della violenza contro le donne con uno specifico piano d’azione, che permetta una piena realizzazione dei diritti delle donne e delle loro scelte di vita. Ecco perché chiediamo:
• Una legislazione integrata che affronti i diversi aspetti del problema,
• Un osservatorio per monitoraggio della violenza che, oltre a fornire dati quantitativi, si avvalga soprattutto di opportuni indicatori utili a capirne la complessità;
• L’impegno ad aderire alla campagna europea contro la violenza alle donne per il 2010.
I firmatari di questo documento esprimono, altresì, la convinzione che non basta essere genericamente conto la violenza: è necessario denunciarne le radici in una cultura condivisa e diffusa. Troppo spesso la denuncia della violenza contro le donne da parte della politica e dei mezzi di informazione tende ad occultare questa necessità e veicola messaggi e valori ostili alla libertà delle persone di progettare la propria vita oltre gli stereotipi e le rappresentazioni dei ruoli sessuali, gerarchiche e fisse.
Il nostro plauso va all’Assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia che ha nel novembre 2008 ha varato il “Programma triennale di interventi 2009-2011 per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza contro le donne” con lo scopo di impostare una strategia regionale che consenta di intendere la violenza sulle donne e i bambini non come un’emergenza ma come un problema sociale e culturale.
La prevenzione, quindi, è da tutti ritenuta essenziale e richiede istruzione, formazione, conoscenze, la costituzione di reti e di partenariati, nonché lo scambio di pratiche ottimali.
Auspichiamo, quindi, che il nostro Comune, nell’ambito del Piano Sociale di Zona, si renda promotore di un piano di interventi per la prevenzione ed il contrasto alla violenza di genere – così come previsto dal Piano regionale - attraverso:
• La definizione di una prospettiva metodologica in chiave di genere al fine di rilevare criticità e fabbisogni relativamente ai servizi e prestazioni per prevenire e garantire sostegno e aiuto alle vittime di violenza;
• Favorire la conoscenza del fenomeno e promuovere campagne diffuse di sensibilizzazione in raccordo con le campagne nazionali;
• Avviare un confronto strutturato tra i diversi livelli di governo coinvolti nell’attuazione di interventi, al fine di consolidare la collaborazione sul territorio, tra Regione Puglia, enti locali e altri soggetti pubblici e privati tra cui le Istituzioni scolastiche, al fine di promuovere interventi di prevenzione e di concorrere alla formazione di una cultura del rispetto di genere;
• Incrementare la dotazione di strutture e servizi territoriali e potenziare la competenze degli operatori pubblici e privati.
• Garantire l’indipendenza economica delle donne vittime di violenza per favorire autonome e consapevoli scelte di vita.
Con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale dell’ONU ha fissato per il 25 novembre la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.
La violenza contro le donne ha molte facce: le uccisioni e gli stupri sono gli aspetti più drammatici delle violenze dentro e fuori le mura domestiche, nei luoghi di lavoro, per le strade. I dati riguardanti le violenze subite dalle donne sono agghiaccianti, soprattutto se riferiti alla società civile. La violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica è la pura violazione dei diritti umani e, talvolta, l’assenza di leggi adeguate e il silenzio sono complici di tali violazioni.
La violenza è sofferenza ed umiliazione. E’ la prima causa di morte tra le donne nel mondo.
Istituzioni, servizi, strutture educative, forze dell’ordine, parti sociali, partiti politici, mass-media, donne e uomini, tutti si devono sentire coinvolti in un’unica forza di cambiamento.
Leggere e comprendere la natura e le implicazioni di un fenomeno così radicato e complesso come quello della violenza sono premessi indispensabili alla progettazione di politiche e interventi a favore delle donne e di tutti i cittadini del territorio. La raccolta sistematica e condivisa dei dati permette la giusta comprensione dell’attuale situazione di donne e bambini e di trovare i mezzi e gli strumenti più opportuni per intervenire sia dal punto di vista della prevenzione, sia dal punto di vista della presa in carico globale delle vittime della violenza, sia dal punto di vista della terapia e cura degli aggressori.
Andiamo in piazza, riempiamola e facciamo diventare una giornata di mobilitazione locale e nazionale dell’intera società di donne e di uomini, per affermare che senza il riconoscimento della libertà e della dignità delle donne nessuna convivenza è possibile.
Chiediamo unanimemente al Parlamento, come Consiglio comunale di Corato, di dare priorità al tema della violenza contro le donne con uno specifico piano d’azione, che permetta una piena realizzazione dei diritti delle donne e delle loro scelte di vita. Ecco perché chiediamo:
• Una legislazione integrata che affronti i diversi aspetti del problema,
• Un osservatorio per monitoraggio della violenza che, oltre a fornire dati quantitativi, si avvalga soprattutto di opportuni indicatori utili a capirne la complessità;
• L’impegno ad aderire alla campagna europea contro la violenza alle donne per il 2010.
I firmatari di questo documento esprimono, altresì, la convinzione che non basta essere genericamente conto la violenza: è necessario denunciarne le radici in una cultura condivisa e diffusa. Troppo spesso la denuncia della violenza contro le donne da parte della politica e dei mezzi di informazione tende ad occultare questa necessità e veicola messaggi e valori ostili alla libertà delle persone di progettare la propria vita oltre gli stereotipi e le rappresentazioni dei ruoli sessuali, gerarchiche e fisse.
Il nostro plauso va all’Assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia che ha nel novembre 2008 ha varato il “Programma triennale di interventi 2009-2011 per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza contro le donne” con lo scopo di impostare una strategia regionale che consenta di intendere la violenza sulle donne e i bambini non come un’emergenza ma come un problema sociale e culturale.
La prevenzione, quindi, è da tutti ritenuta essenziale e richiede istruzione, formazione, conoscenze, la costituzione di reti e di partenariati, nonché lo scambio di pratiche ottimali.
Auspichiamo, quindi, che il nostro Comune, nell’ambito del Piano Sociale di Zona, si renda promotore di un piano di interventi per la prevenzione ed il contrasto alla violenza di genere – così come previsto dal Piano regionale - attraverso:
• La definizione di una prospettiva metodologica in chiave di genere al fine di rilevare criticità e fabbisogni relativamente ai servizi e prestazioni per prevenire e garantire sostegno e aiuto alle vittime di violenza;
• Favorire la conoscenza del fenomeno e promuovere campagne diffuse di sensibilizzazione in raccordo con le campagne nazionali;
• Avviare un confronto strutturato tra i diversi livelli di governo coinvolti nell’attuazione di interventi, al fine di consolidare la collaborazione sul territorio, tra Regione Puglia, enti locali e altri soggetti pubblici e privati tra cui le Istituzioni scolastiche, al fine di promuovere interventi di prevenzione e di concorrere alla formazione di una cultura del rispetto di genere;
• Incrementare la dotazione di strutture e servizi territoriali e potenziare la competenze degli operatori pubblici e privati.
• Garantire l’indipendenza economica delle donne vittime di violenza per favorire autonome e consapevoli scelte di vita.
giovedì 11 novembre 2010
25 NOVEMBRE, GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE: DISCUTIAMONE E DIAMOCI DA FARE.
Non tutti sono a conoscenza che tramite la risoluzione n.54/134 del 17/12/1999. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” ed ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali, e le ONG ad organizzare attività svolte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.
Leggo dal “Programma triennale di interventi 2009-2011 per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza contro le donne”, redatto dall’Assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia che “In Europa la prima causa di morte delle donne tra i 15 e i 60 anni è la violenza per mano maschile. E l’ONU ci dice che una donna su tre al mondo che è vittima di soprusi, violenze, stupro. Sul tutto, uno spaventoso silenzio: in Italia il 95% delle violenze non viene denunciato, solo il 18% delle donne è consapevole che siano reato, il 44% le giudica “qualcosa di sbagliato”, il 36% “qualcosa che è accaduto”.
“La battaglia contro la violenza sulle donne è ancora tutta vincere – ha dichiarato il Presidente Giorgio Napolitano - molto resta da fare per sradicare una concezione della donna come oggetto di cui ci si può anche appropriare”.
Sono rimasto impressionato dalla notizia che secondo calcoli ISTAT quasi sette milioni di donne italiane tra i 16 e i 60 anni sono state vittime di violenze fisiche ed altrettante hanno subito una violenza psicologica nel corso della loro vita. Per questi motivi, con un’iniziativa congiunta, il Ministro dell’ Istruzione Maristella Gelmini e il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna hanno promosso la “Settimana contro la violenza”, coinvolgendo le scuole italiane di ogni ordine e grado. Non ci risulta, tuttavia che l’invito sia stato accolto né dalle scuole, né dalle istituzioni locali, né dagli organismi culturali, sociali e politici della nostra città.
Nella nostra regione il fenomeno ha raggiunto proporzioni inquietanti, e, come dimostrano le cronache giornalistiche dell’ultimo anno, si manifesta attraverso il sopruso fisico, sessuale, psicologico ed economico.
In Puglia ne risultano 1.104, su un campione di 25.000 donne tra i 16 e i 70 anni. Nello specifico risulta che solo il 10,8% denuncia la violenza del partner a fronte di un 89,2% che preferisce tacere. Inoltre il 24,9% delle donne pugliesi intervistate dichiara di aver subito violenza fisica e sessuale nel corso della propria vita ed il 5,3% dichiara di averla subita prima dei 16 anni.
Degna di essere ricordata, a tal proposito, è la manifestazione organizzata il giorno della befana 2009 con il patrocinio del Comune di Corato, dall’associazione “Donne e solidarietà” e dal Centro antiviolenza “Riscoprirsi “ di Andria, in cui fu divulgata anche la “Carta dei diritti della donna”
Ma certo quella che accade casualmente in strada ad opera di sconosciuti non è meno drammatica. C’è un grande problema di sicurezza che riguarda le periferie isolate e buie, la mancanza di servizi e strumenti adeguati al contrasto tempestivo, la carenza di strutture di sostegno per la prevenzione, come ebbi modo di rilevare il 2 febbraio 2009 sul mio blog “comunepartecipato.blogspot.com”, in occasione dell’evento organizzato dalla Comunità Oasi 2 e dalla Federazione Donne Evangeliche Italiane di Corato.
Lo confermano i titoli della cronaca locale del 2010 tratti da La Gazzetta del Mezzogiorno e da “il Notiziario”. “Madre denuncia il figlio per maltrattamenti ed estorsioni: arrestato 32enne coratino”(il Notiziario 20/2); “Palpeggia un’inquilina, arrestato un 37enne” (La Gazzetta 29/5); “Picchia padre e madre disabile: preso 27enne”(La Gazzetta 3/6); “Attende sotto casa la vicina per violentarla. Arrestato 37enne”(Il Notiziario 11/6), “Accoltella la ex moglie davanti alle figlie, in manette 55enne coratino” (il Notiziario 9/7); “Permesso? Sono il ladro”. Donna derubata nel sonno” (La Gazzetta 10/8); “Ragazzo violenta una 57enne” (La Gazzetta 18/8);”Atti osceni in luogo pubblico, denunciato35enne” (il Notiziario 8/10). A questi vanno ad aggiungersi i tanti casi di stalking al vaglio della Magistratura, grazie al recente decreto Maroni del 23 febbraio 2009, che prevede la pena della reclusione dai sei mesi ai quattro anni (vedansi le testimonianze riportate nel numero di aprile 2010 di “Piazzasedile”.
Tutto questo solo negli ultimi dieci mesi di quest’anno. Non tutti sanno quanto questo fenomeno sia tanto esteso, né che la maggior parte di questi casi nascano e spesso rimangano confinati tra le mura domestiche, nei “normali” rapporti di coppia, e che rimangano misconosciuti e quindi impuniti.
Pare che il tutto sia da addebitare un po’ alla vergogna di denunciare queste situazioni, un po’ alla speranza che l’atto di violenza costituisca un fatto isolato e che il partner lo abbia commesso in un momento di “follia” magari riconducibile allo stress dei nostri tempi. Ma, a quanto risulta, quasi sempre questa speranza resta una pia illusione.
Da una rilevazione effettuata sui Piani di Zona in Puglia, relativa alla presenza di strutture e/o servizi per le donne e minori abusati e maltrattati, si rileva che a Corato non esiste un Centro di Ascolto Antiviolenza come a Trani, ma solo un’Equipe integrata formata da psicologi, psicoterapeuti, educatori, assistenti sociali, avvocati, che andrebbe, tuttavia, verificata dal punto di vista delle professionalità effettivamente operative e conseguentemente adeguate alla normativa regionale.
Ciò che connota in modo inequivocabile lo stato delle vittime di tali reati e ciò che le accomuna, è il fortissimo stato di soggezione e di debolezza in cui tutte versano. Vi è quindi la necessità di essere vicini alle vittime, di sostenerle non solo nel momento iniziale della denuncia, ma anche nelle fasi successive, certamente ancor più delicate e tormentate. Per questo, ci risulta che è stata costituita una rete, nell’ambito del progetto “NON VOGLIO PIU’ SUBIRE” tra gli uffici di polizia impegnati nell’attività di prevenzione e controllo del territorio, con i settori dei vari Comuni della nostra provincia impegnati nell’importante attività dell’assistenza sociale, e le associazioni dedite al sostegno delle vittime di questo genere di reati.
Non bisogna, pertanto, pensare di risolvere il problema da soli. La nostra “Associazione contro la criminalità per la legalità e la non violenza” resta sempre a disposizione di chiunque. Saranno utili elementi a sostegno delle vittime, mail, sms e quant’altro possa essere raccolto ed esibito a conferma di quanto rappresentato in sede di denuncia. Se lo stalker o il violentatore non demorde, bisogna senza esitazione chiamare il 113 e richiedere l’intervento di una Volante.
E’ necessario, quindi, mettere in relazione le reciproche competenze e sperimentare iniziative di sensibilizzazione e formazione condivise con le forze dell’ordine, gli insegnanti, gli educatori dei Centri di Aggregazione Giovanile, i medici di base, il personale sociale e sanitario dei servizi territoriali, i referenti del pronto soccorso e i volontari delle associazioni, avvocati e magistrati.
La terza azione riguarda la sensibilizzazione e la prevenzione. Sensibilizzare per informare le vittime e le potenziali vittime sui loro diritti e sui servizi di tutela, sensibilizzare per modificare la cultura che discrimina le donne e per valorizzare gli “uomini positivi”. In questo senso è auspicabile l’azione del nostro sindaco, anche nella sua veste di presidente regionale dell’ANCI, nell’organizzazione di momenti aperti alla cittadinanza, fornendo loro competenze e strumenti idonei come video-documentari, campagne informative, guide e manuali.
Particolare importanza dovrà essere data – come ho avuto modo di evidenziare nel mio libro “Il Bullismo – Ricerca sui comportamenti antisociali in alunni della scuola dell’obbligo”- alle attività di prevenzione nei confronti delle giovani generazioni, anche attraverso laboratori creativi, educativi e di discussione. Il compito della famiglia, della scuola, della società è anche quello di ripensare il ruolo educativo, rilanciando lo scambio tra generazioni sul piano della condivisione dei valori più profondi e degli obiettivi civili, politici, sociali, lavorando per la costruzione di un contesto educativo più largo attorno alle tradizionali agenzie di socializzazione ed istruzione e sostenendo la famiglia nel suo ruolo educativo.
Riservandoci di pubblicare in occasione del 25 novembre dedicato alla celebrazione della “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” un nostro documento per contribuire con la nostra autonoma riflessione e domanda di cambiamento a realizzare un dialogo che valorizzi il lavoro fin qui svolto e che vada oltre la giornata del 25 novembre, creando occasioni di cambiamento di sé e delle relazioni sociali tra donne e uomini.
Chiamiamo tutti gli uomini ad esprimersi, assumersi con noi la responsabilità di un impegno attivo per un cambiamento culturale che, crediamo, è l’unica condizione per contrastare la violenza, ma anche un’occasione di libertà per noi uomini. Altri contributi, richieste di contatti possono essere indirizzati a deleo6844@tiscali.it.
Leggo dal “Programma triennale di interventi 2009-2011 per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza contro le donne”, redatto dall’Assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia che “In Europa la prima causa di morte delle donne tra i 15 e i 60 anni è la violenza per mano maschile. E l’ONU ci dice che una donna su tre al mondo che è vittima di soprusi, violenze, stupro. Sul tutto, uno spaventoso silenzio: in Italia il 95% delle violenze non viene denunciato, solo il 18% delle donne è consapevole che siano reato, il 44% le giudica “qualcosa di sbagliato”, il 36% “qualcosa che è accaduto”.
“La battaglia contro la violenza sulle donne è ancora tutta vincere – ha dichiarato il Presidente Giorgio Napolitano - molto resta da fare per sradicare una concezione della donna come oggetto di cui ci si può anche appropriare”.
Sono rimasto impressionato dalla notizia che secondo calcoli ISTAT quasi sette milioni di donne italiane tra i 16 e i 60 anni sono state vittime di violenze fisiche ed altrettante hanno subito una violenza psicologica nel corso della loro vita. Per questi motivi, con un’iniziativa congiunta, il Ministro dell’ Istruzione Maristella Gelmini e il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna hanno promosso la “Settimana contro la violenza”, coinvolgendo le scuole italiane di ogni ordine e grado. Non ci risulta, tuttavia che l’invito sia stato accolto né dalle scuole, né dalle istituzioni locali, né dagli organismi culturali, sociali e politici della nostra città.
Nella nostra regione il fenomeno ha raggiunto proporzioni inquietanti, e, come dimostrano le cronache giornalistiche dell’ultimo anno, si manifesta attraverso il sopruso fisico, sessuale, psicologico ed economico.
In Puglia ne risultano 1.104, su un campione di 25.000 donne tra i 16 e i 70 anni. Nello specifico risulta che solo il 10,8% denuncia la violenza del partner a fronte di un 89,2% che preferisce tacere. Inoltre il 24,9% delle donne pugliesi intervistate dichiara di aver subito violenza fisica e sessuale nel corso della propria vita ed il 5,3% dichiara di averla subita prima dei 16 anni.
Degna di essere ricordata, a tal proposito, è la manifestazione organizzata il giorno della befana 2009 con il patrocinio del Comune di Corato, dall’associazione “Donne e solidarietà” e dal Centro antiviolenza “Riscoprirsi “ di Andria, in cui fu divulgata anche la “Carta dei diritti della donna”
Ma certo quella che accade casualmente in strada ad opera di sconosciuti non è meno drammatica. C’è un grande problema di sicurezza che riguarda le periferie isolate e buie, la mancanza di servizi e strumenti adeguati al contrasto tempestivo, la carenza di strutture di sostegno per la prevenzione, come ebbi modo di rilevare il 2 febbraio 2009 sul mio blog “comunepartecipato.blogspot.com”, in occasione dell’evento organizzato dalla Comunità Oasi 2 e dalla Federazione Donne Evangeliche Italiane di Corato.
Lo confermano i titoli della cronaca locale del 2010 tratti da La Gazzetta del Mezzogiorno e da “il Notiziario”. “Madre denuncia il figlio per maltrattamenti ed estorsioni: arrestato 32enne coratino”(il Notiziario 20/2); “Palpeggia un’inquilina, arrestato un 37enne” (La Gazzetta 29/5); “Picchia padre e madre disabile: preso 27enne”(La Gazzetta 3/6); “Attende sotto casa la vicina per violentarla. Arrestato 37enne”(Il Notiziario 11/6), “Accoltella la ex moglie davanti alle figlie, in manette 55enne coratino” (il Notiziario 9/7); “Permesso? Sono il ladro”. Donna derubata nel sonno” (La Gazzetta 10/8); “Ragazzo violenta una 57enne” (La Gazzetta 18/8);”Atti osceni in luogo pubblico, denunciato35enne” (il Notiziario 8/10). A questi vanno ad aggiungersi i tanti casi di stalking al vaglio della Magistratura, grazie al recente decreto Maroni del 23 febbraio 2009, che prevede la pena della reclusione dai sei mesi ai quattro anni (vedansi le testimonianze riportate nel numero di aprile 2010 di “Piazzasedile”.
Tutto questo solo negli ultimi dieci mesi di quest’anno. Non tutti sanno quanto questo fenomeno sia tanto esteso, né che la maggior parte di questi casi nascano e spesso rimangano confinati tra le mura domestiche, nei “normali” rapporti di coppia, e che rimangano misconosciuti e quindi impuniti.
Pare che il tutto sia da addebitare un po’ alla vergogna di denunciare queste situazioni, un po’ alla speranza che l’atto di violenza costituisca un fatto isolato e che il partner lo abbia commesso in un momento di “follia” magari riconducibile allo stress dei nostri tempi. Ma, a quanto risulta, quasi sempre questa speranza resta una pia illusione.
Da una rilevazione effettuata sui Piani di Zona in Puglia, relativa alla presenza di strutture e/o servizi per le donne e minori abusati e maltrattati, si rileva che a Corato non esiste un Centro di Ascolto Antiviolenza come a Trani, ma solo un’Equipe integrata formata da psicologi, psicoterapeuti, educatori, assistenti sociali, avvocati, che andrebbe, tuttavia, verificata dal punto di vista delle professionalità effettivamente operative e conseguentemente adeguate alla normativa regionale.
Ciò che connota in modo inequivocabile lo stato delle vittime di tali reati e ciò che le accomuna, è il fortissimo stato di soggezione e di debolezza in cui tutte versano. Vi è quindi la necessità di essere vicini alle vittime, di sostenerle non solo nel momento iniziale della denuncia, ma anche nelle fasi successive, certamente ancor più delicate e tormentate. Per questo, ci risulta che è stata costituita una rete, nell’ambito del progetto “NON VOGLIO PIU’ SUBIRE” tra gli uffici di polizia impegnati nell’attività di prevenzione e controllo del territorio, con i settori dei vari Comuni della nostra provincia impegnati nell’importante attività dell’assistenza sociale, e le associazioni dedite al sostegno delle vittime di questo genere di reati.
Non bisogna, pertanto, pensare di risolvere il problema da soli. La nostra “Associazione contro la criminalità per la legalità e la non violenza” resta sempre a disposizione di chiunque. Saranno utili elementi a sostegno delle vittime, mail, sms e quant’altro possa essere raccolto ed esibito a conferma di quanto rappresentato in sede di denuncia. Se lo stalker o il violentatore non demorde, bisogna senza esitazione chiamare il 113 e richiedere l’intervento di una Volante.
E’ necessario, quindi, mettere in relazione le reciproche competenze e sperimentare iniziative di sensibilizzazione e formazione condivise con le forze dell’ordine, gli insegnanti, gli educatori dei Centri di Aggregazione Giovanile, i medici di base, il personale sociale e sanitario dei servizi territoriali, i referenti del pronto soccorso e i volontari delle associazioni, avvocati e magistrati.
La terza azione riguarda la sensibilizzazione e la prevenzione. Sensibilizzare per informare le vittime e le potenziali vittime sui loro diritti e sui servizi di tutela, sensibilizzare per modificare la cultura che discrimina le donne e per valorizzare gli “uomini positivi”. In questo senso è auspicabile l’azione del nostro sindaco, anche nella sua veste di presidente regionale dell’ANCI, nell’organizzazione di momenti aperti alla cittadinanza, fornendo loro competenze e strumenti idonei come video-documentari, campagne informative, guide e manuali.
Particolare importanza dovrà essere data – come ho avuto modo di evidenziare nel mio libro “Il Bullismo – Ricerca sui comportamenti antisociali in alunni della scuola dell’obbligo”- alle attività di prevenzione nei confronti delle giovani generazioni, anche attraverso laboratori creativi, educativi e di discussione. Il compito della famiglia, della scuola, della società è anche quello di ripensare il ruolo educativo, rilanciando lo scambio tra generazioni sul piano della condivisione dei valori più profondi e degli obiettivi civili, politici, sociali, lavorando per la costruzione di un contesto educativo più largo attorno alle tradizionali agenzie di socializzazione ed istruzione e sostenendo la famiglia nel suo ruolo educativo.
Riservandoci di pubblicare in occasione del 25 novembre dedicato alla celebrazione della “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” un nostro documento per contribuire con la nostra autonoma riflessione e domanda di cambiamento a realizzare un dialogo che valorizzi il lavoro fin qui svolto e che vada oltre la giornata del 25 novembre, creando occasioni di cambiamento di sé e delle relazioni sociali tra donne e uomini.
Chiamiamo tutti gli uomini ad esprimersi, assumersi con noi la responsabilità di un impegno attivo per un cambiamento culturale che, crediamo, è l’unica condizione per contrastare la violenza, ma anche un’occasione di libertà per noi uomini. Altri contributi, richieste di contatti possono essere indirizzati a deleo6844@tiscali.it.
sabato 6 novembre 2010
GIOVANI E POLITCA: UN MATRIMONIO IMPOSSIBILE’?
Perché i giovani continuano a restare ai margini della vita politica? Un approccio fallito? Un matrimonio impossibile? Fatto sta che i giovani sono oggi al di là della staccionata…Eppure la politica non può fare a meno dei giovani e viceversa. Ce lo siamo chiesti anche noi insieme ai diversi relatori intervenuti alle diverse “Feste” organizzate dal Partito Democratico, da Sinistra Ecologia e Libertà, dal Partito Comunista Italiano, che hanno visto, tranne che nella parte finale dedicata ai complessi musicali, solo i soliti addetti ai lavori.
Si dice spesso, e non a torto, che la politica non si occupa a sufficienza dei giovani. D’altro canto, non si può negare che i giovani abbiano in genere un rapporto piuttosto problematico con il mondo della politica e con tutto ciò che lo riguarda.
Le istituzioni, i partiti, la “casta intoccabile” dei politici appaiono sempre più lontani, completamente avulsi e separati dalla realtà che ci circonda e, di conseguenza, del tutto incapaci di fornire risposte concrete e adeguate alle attese e ai bisogni quotidiani della società in cui viviamo.
Senza contare che le promesse non mantenute, i continui scandali, l’opportunismo, i giochi di potere e la totale mancanza di credibilità di molti politici alimentano nei giovani (e non solo) uno scetticismo, quando non un vero e proprio disgusto, difficili da superare.
Non c’è da meravigliarsi, allora, se tutte le più recenti indagini mostrano un universo giovanile sempre più disinteressato e distante dal mondo della politica, con una percentuale altissima di giovani che dichiarano di provare indifferenza, diffidenza, rabbia, o addirittura noia nei confronti delle vicende politiche e di tutto ciò che avviene ai vertici delle diverse realtà istituzionali del nostro paese.
A ben guardare, infatti, le ragioni profonde di questo crescente allontanamento della politica stanno nel suo attuale imbarbarimento, nella mancanza di ideali autentici in cui credere e per cui lottare, nella paura di non avere la forza di restituire alla politica la sua originaria funzione di servizio alla comunità, rimanendo invischiati negli squallidi giochi di potere di chi considera la politica unicamente come un modo per perseguire i propri interessi, per arricchirsi indebitamente e per porsi al di sopra delle leggi. Insomma, come una ricerca del potere fine a se stessa.
Noi del Centro Studi Politici “A. Moro”, insieme ai giovani del Partito Democratico che si accingono a calendarizzare i nuovi incontri previsti dalla “Scuola di Formazione Politica”, sappiamo, tuttavia, che la politica può e deve essere altro. Una timida voce interiore, forse la nostra coscienza civica non del tutto sopita, ci ricorda che la politica è l’anima di ogni convivenza civile, è tensione all’ uguaglianza e alla giustizia sociale, è insieme contestazione e ricerca del consenso, creatività e responsabilità, senso di unità e dialettica delle differenze.
Come ci ripeteva spesso Aldo Moro, nei frequenti incontri tenuti nel nostro territorio, “la politica è l’arte del possibile e la speranza dell’impossibile”. E’ vero: questi valori vengono oggi continuamente disattesi. Ma ciò non significa che una politica che metta al centro l’uomo e la sua felicità e che sia ispirata e vivificata da valori etici e dalla cultura della solidarietà sia soltanto un’utopia irrealizzabile. E forse è proprio dalle nuove generazioni che può venire una positiva spinta al cambiamento.
Perché ciò avvenga è, però, necessario che i giovani ricomincino ad avere fiducia nella possibilità di creare una mentalità diversa nella gente, che si facciano portatori di un nuovo concetto di cittadinanza attiva, in cui il protagonismo e la partecipazione diretta non sia limitata alle “Feste” annuali di partito, ma ritornino, come accadde i nostri tempi, a sostituirsi all’indifferenza e all’apatia delle deleghe.
Ma, soprattutto, è indispensabile che i giovani e i non più giovani come noi, riscopriamo il valore della politica come impegno generoso e disinteressato, come amore e responsabilità verso il territorio e alla società in cui viviamo.
Insomma, devono essere i giovani a cambiare la politica e non la politica a cambiare i giovani.
Si dice spesso, e non a torto, che la politica non si occupa a sufficienza dei giovani. D’altro canto, non si può negare che i giovani abbiano in genere un rapporto piuttosto problematico con il mondo della politica e con tutto ciò che lo riguarda.
Le istituzioni, i partiti, la “casta intoccabile” dei politici appaiono sempre più lontani, completamente avulsi e separati dalla realtà che ci circonda e, di conseguenza, del tutto incapaci di fornire risposte concrete e adeguate alle attese e ai bisogni quotidiani della società in cui viviamo.
Senza contare che le promesse non mantenute, i continui scandali, l’opportunismo, i giochi di potere e la totale mancanza di credibilità di molti politici alimentano nei giovani (e non solo) uno scetticismo, quando non un vero e proprio disgusto, difficili da superare.
Non c’è da meravigliarsi, allora, se tutte le più recenti indagini mostrano un universo giovanile sempre più disinteressato e distante dal mondo della politica, con una percentuale altissima di giovani che dichiarano di provare indifferenza, diffidenza, rabbia, o addirittura noia nei confronti delle vicende politiche e di tutto ciò che avviene ai vertici delle diverse realtà istituzionali del nostro paese.
A ben guardare, infatti, le ragioni profonde di questo crescente allontanamento della politica stanno nel suo attuale imbarbarimento, nella mancanza di ideali autentici in cui credere e per cui lottare, nella paura di non avere la forza di restituire alla politica la sua originaria funzione di servizio alla comunità, rimanendo invischiati negli squallidi giochi di potere di chi considera la politica unicamente come un modo per perseguire i propri interessi, per arricchirsi indebitamente e per porsi al di sopra delle leggi. Insomma, come una ricerca del potere fine a se stessa.
Noi del Centro Studi Politici “A. Moro”, insieme ai giovani del Partito Democratico che si accingono a calendarizzare i nuovi incontri previsti dalla “Scuola di Formazione Politica”, sappiamo, tuttavia, che la politica può e deve essere altro. Una timida voce interiore, forse la nostra coscienza civica non del tutto sopita, ci ricorda che la politica è l’anima di ogni convivenza civile, è tensione all’ uguaglianza e alla giustizia sociale, è insieme contestazione e ricerca del consenso, creatività e responsabilità, senso di unità e dialettica delle differenze.
Come ci ripeteva spesso Aldo Moro, nei frequenti incontri tenuti nel nostro territorio, “la politica è l’arte del possibile e la speranza dell’impossibile”. E’ vero: questi valori vengono oggi continuamente disattesi. Ma ciò non significa che una politica che metta al centro l’uomo e la sua felicità e che sia ispirata e vivificata da valori etici e dalla cultura della solidarietà sia soltanto un’utopia irrealizzabile. E forse è proprio dalle nuove generazioni che può venire una positiva spinta al cambiamento.
Perché ciò avvenga è, però, necessario che i giovani ricomincino ad avere fiducia nella possibilità di creare una mentalità diversa nella gente, che si facciano portatori di un nuovo concetto di cittadinanza attiva, in cui il protagonismo e la partecipazione diretta non sia limitata alle “Feste” annuali di partito, ma ritornino, come accadde i nostri tempi, a sostituirsi all’indifferenza e all’apatia delle deleghe.
Ma, soprattutto, è indispensabile che i giovani e i non più giovani come noi, riscopriamo il valore della politica come impegno generoso e disinteressato, come amore e responsabilità verso il territorio e alla società in cui viviamo.
Insomma, devono essere i giovani a cambiare la politica e non la politica a cambiare i giovani.
venerdì 15 ottobre 2010
LETTERA APERTA AL MINISTRO PER LE PARI OPPORTUNITA’ MARA CARFAGNA
Ill.mo Ministro,
consenta anche a noi del Centro Studi Politici “A. Moro” e dell’”Associazione contro la criminalità per la legalità” di esprimerLe un cordiale benvenuto nella nostra bella cittadina ed approfittare della gradita occasione per sottoporre alla Sua cortese e competente attenzione, alcune riflessioni sull’annoso problema della violenza di cui sono ricchissime le cronache quotidiane.
Siamo lieti di constatare che l’importante evento che La vedrà intervistata sul tema delle pari opportunità coincide con la “Seconda settimana nazionale contro la violenza” (11-16 ottobre 2010), istituita dal Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio, per invitare le istituzioni scolastiche a promuovere iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione rivolte agli studenti, ai genitori e ai docenti.
In una società articolata e multiculturale, dove convivono persone provenienti da numerose nazioni, gli interventi di prevenzione e di contrasto alla violenza e alle diverse forme di discriminazione basate su genere, razza/etnia, religione, disabilità, età e orientamento sessuale, la diffusione della cultura della legalità dei diritti, del rispetto verso gli altri è fondamentale per favorire un cambiamento culturale profondo che sta alla base di una società pienamente inclusiva, a partire dalle giovani generazioni.
In tale contesto, assumono particolare rilevanza gli interventi di sensibilizzazione, informazione e formazione relativi alla prevenzione e contrasto della violenza di genere, che, come ha drammaticamente evidenziato il caso della quindicenne Sarah Scazzi, rappresenta una realtà drammatica nel nostro Paese.
Il tema della violenza sui minori rappresenta un altro ambito critico in cui si rende necessario l’avvio di un percorso formativo che favorisca la conoscenza e la consapevolezza in un’ottica di prevenzione.
Inoltre, sono sempre più numerosi nelle scuole gli episodi legati a fenomeni di “bullismo” nei confronti dei “diversi”, ragazzi che si differenziano per etnia, disabilità, orientamento sessuale, come abbiamo potuto evidenziare nel nostro libro intitolato “Il Bullismo – Ricerca sui comportamenti antisociali in alunni di scuola dell’obbligo. Come rispondono scuola, famiglia, società e istituzioni?”
Considerando che la scuola ha il compito di contribuire fortemente allo sviluppo di una cultura che rifiuti la violenza e la discriminazione e diffonda la conoscenza dei diritti della persona, del rispetto verso gli altri e dell’educazione alla legalità, siamo lieti di aver appreso la notizia che in 30 istituti scolastici, con la collaborazione di 40 associazioni di volontariato delle provincie pugliesi, e l’Ufficio Scolastico regionale su iniziativa del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e dell’Assessore alla Solidarietà Elena Gentile, è stato varato il progetto “Il volontariato per la legalità e la cittadinanza solidale nelle scuole di Puglia”. Obiettivo: rieducare gli studenti pugliesi che compiono atti di bullismo, attraverso il loro coinvolgimento in attività di volontariato, in alternativa all’applicazione delle comuni sanzioni disciplinari, quali, ad esempio, la sospensione dall’attività scolastica. “Di fronte a chi chiude gli occhi, di chi mette la testa sotto la sabbia e di chi lascia andare alla deriva la scuola – hanno dichiarato gli amministratori regionali – è un primo tentativo, una sperimentazione per affrontare sinergicamente un problema divenuto sempre più preoccupante”.
Agire sul mondo scolastico, coinvolgendo le sue diverse componenti – docenti, studenti, genitori – significa, infatti, porsi in una duplice prospettiva. Quella del cambiamento, che investe le nuove generazioni, guardando in special modo agli adulti di domani, e quella della prevenzione, che analizza il presente, per contrastare degenerazioni, pregiudizi ed intolleranze.
Di bambini e di adolescenti si parla prevalentemente in occasione di fatti di cronaca nera, come sta accadendo per il terribile caso di Sara, al centro delle cronache, anche televisive, negli ultimi giorni. In questo caso, siamo ancora una volta, di fronte ad una violenza perpetrata nell’ambito familiare, e al triste intreccio tra violenza e pulsioni sessuali di adulti nei confronti di adolescenti.
Questo, come i tanti episodi che assurgono all’onore della cronaca, rimandano ad un’evidente fragilità educativa e relazionale, presente in una categoria minoritaria di famiglie.
Più in generale le analisi sulla funzione educativa nella famiglia e nella società rimandano ad una crisi di senso delle funzioni di apprendere e dell’insegnare, tenuta in vita ormai da poche minoritarie agenzie educative extrascolastiche, come gli scout e le attività degli oratori.
Il compito, allora, è quello di ripensare il ruolo educativo, rilanciando lo scambio tra generazioni sul piano della condivisione dei valori più profondi e degli obiettivi civili, politici, sociali, lavorando per la costruzione di un contesto educativo più largo attorno alle tradizionali agenzie di socializzazione ed istruzione e sostenendo la famiglia nel suo ruolo educativo.
consenta anche a noi del Centro Studi Politici “A. Moro” e dell’”Associazione contro la criminalità per la legalità” di esprimerLe un cordiale benvenuto nella nostra bella cittadina ed approfittare della gradita occasione per sottoporre alla Sua cortese e competente attenzione, alcune riflessioni sull’annoso problema della violenza di cui sono ricchissime le cronache quotidiane.
Siamo lieti di constatare che l’importante evento che La vedrà intervistata sul tema delle pari opportunità coincide con la “Seconda settimana nazionale contro la violenza” (11-16 ottobre 2010), istituita dal Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio, per invitare le istituzioni scolastiche a promuovere iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione rivolte agli studenti, ai genitori e ai docenti.
In una società articolata e multiculturale, dove convivono persone provenienti da numerose nazioni, gli interventi di prevenzione e di contrasto alla violenza e alle diverse forme di discriminazione basate su genere, razza/etnia, religione, disabilità, età e orientamento sessuale, la diffusione della cultura della legalità dei diritti, del rispetto verso gli altri è fondamentale per favorire un cambiamento culturale profondo che sta alla base di una società pienamente inclusiva, a partire dalle giovani generazioni.
In tale contesto, assumono particolare rilevanza gli interventi di sensibilizzazione, informazione e formazione relativi alla prevenzione e contrasto della violenza di genere, che, come ha drammaticamente evidenziato il caso della quindicenne Sarah Scazzi, rappresenta una realtà drammatica nel nostro Paese.
Il tema della violenza sui minori rappresenta un altro ambito critico in cui si rende necessario l’avvio di un percorso formativo che favorisca la conoscenza e la consapevolezza in un’ottica di prevenzione.
Inoltre, sono sempre più numerosi nelle scuole gli episodi legati a fenomeni di “bullismo” nei confronti dei “diversi”, ragazzi che si differenziano per etnia, disabilità, orientamento sessuale, come abbiamo potuto evidenziare nel nostro libro intitolato “Il Bullismo – Ricerca sui comportamenti antisociali in alunni di scuola dell’obbligo. Come rispondono scuola, famiglia, società e istituzioni?”
Considerando che la scuola ha il compito di contribuire fortemente allo sviluppo di una cultura che rifiuti la violenza e la discriminazione e diffonda la conoscenza dei diritti della persona, del rispetto verso gli altri e dell’educazione alla legalità, siamo lieti di aver appreso la notizia che in 30 istituti scolastici, con la collaborazione di 40 associazioni di volontariato delle provincie pugliesi, e l’Ufficio Scolastico regionale su iniziativa del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e dell’Assessore alla Solidarietà Elena Gentile, è stato varato il progetto “Il volontariato per la legalità e la cittadinanza solidale nelle scuole di Puglia”. Obiettivo: rieducare gli studenti pugliesi che compiono atti di bullismo, attraverso il loro coinvolgimento in attività di volontariato, in alternativa all’applicazione delle comuni sanzioni disciplinari, quali, ad esempio, la sospensione dall’attività scolastica. “Di fronte a chi chiude gli occhi, di chi mette la testa sotto la sabbia e di chi lascia andare alla deriva la scuola – hanno dichiarato gli amministratori regionali – è un primo tentativo, una sperimentazione per affrontare sinergicamente un problema divenuto sempre più preoccupante”.
Agire sul mondo scolastico, coinvolgendo le sue diverse componenti – docenti, studenti, genitori – significa, infatti, porsi in una duplice prospettiva. Quella del cambiamento, che investe le nuove generazioni, guardando in special modo agli adulti di domani, e quella della prevenzione, che analizza il presente, per contrastare degenerazioni, pregiudizi ed intolleranze.
Di bambini e di adolescenti si parla prevalentemente in occasione di fatti di cronaca nera, come sta accadendo per il terribile caso di Sara, al centro delle cronache, anche televisive, negli ultimi giorni. In questo caso, siamo ancora una volta, di fronte ad una violenza perpetrata nell’ambito familiare, e al triste intreccio tra violenza e pulsioni sessuali di adulti nei confronti di adolescenti.
Questo, come i tanti episodi che assurgono all’onore della cronaca, rimandano ad un’evidente fragilità educativa e relazionale, presente in una categoria minoritaria di famiglie.
Più in generale le analisi sulla funzione educativa nella famiglia e nella società rimandano ad una crisi di senso delle funzioni di apprendere e dell’insegnare, tenuta in vita ormai da poche minoritarie agenzie educative extrascolastiche, come gli scout e le attività degli oratori.
Il compito, allora, è quello di ripensare il ruolo educativo, rilanciando lo scambio tra generazioni sul piano della condivisione dei valori più profondi e degli obiettivi civili, politici, sociali, lavorando per la costruzione di un contesto educativo più largo attorno alle tradizionali agenzie di socializzazione ed istruzione e sostenendo la famiglia nel suo ruolo educativo.
martedì 12 ottobre 2010
PARTITI: SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?
Dopo la pausa estiva, prima il Partito Democratico e poi il Partito Sinistra Ecologia e Liberta’, a Corato, in piazza Sedile, i maggiori partiti locali hanno voluto testimoniare la propria presenza con la cosiddetta “Festa”. Obiettivo: dibattere i temi dell’attualità politica e le proposte programma che per un governo di centro-sinistra alternativo a livello nazionale e locale.
Mentre scriviamo ci giunge notizia che anche il PDL, nel cinema Elia, sabato prossimo, farà la sua “Festa” con l’autorevole intervento del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna.
Nelle more di questo terzo evento partitico-politico, sul quale ci riserviamo di esprimere le nostre riflessioni in un secondo momento, vogliamo cogliere l’occasione per riflettere su uno degli argomenti comuni trattati dai due partiti di centro-sinistra: quello relativo alla crisi dei partiti.
Di fronte ad un pubblico esiguo, attratto più dallo spettacoli succedutisi dopo i dibattiti che dai brillanti interventi tenuti dai diversi relatori nelle due manifestazioni, ci siamo interrogati anche noi del Centro Studi Politici “A. Moro” sul valore, sulla funzione, sul rinnovamento, sulle strategie e sugli strumenti che un partito sedicente democratico e moderno deve porre in essere per riacquistare credibilità agli occhi di un elettorato sempre più stufo di assistere ad uno spettacolo indegno di una classe politica all’altezza della difficile situazione che l’Italia sta vivendo.
E’ stato ripetuto più volte, in questi ed altri convegni, che i partiti italiani appaiono poveri di idee e di programmi rispondenti alle aspettative dei cittadini; privi di strategie di largo respiro; lacerarti tra di loro e dentro di loro da lotte di mero potere; dominati all’interno da oligarchie staccate dalla base, tutte volte a perseguire interessi di gruppo minoritario privilegiato.
Sì che non stupisce che la realtà partitica del nostro Paese risulti collassata. Gli iscritti sono fortemente diminuiti. I militanti sono divenuti una specie rara. I giovani vi si tengono lontani, anzi, sembra avvertano una vera e propria ripugnanza.
Così pure sul piano elettorale trovano più adeguata spiegazione sia la crescita dell’astensionismo, sia il calo dell’identificazione con il partito votato.
Non è casuale dunque che da questa palude venga fuori una selva di cespugli partitici, dietro i quali si organizza quotidianamente – come abbiamo potuto vedere in quest’ultima estate – una guerriglia per bande intessuta di imboscate, tradimenti, minacce, ricatti, insulti.
Tutto questo ha portato ad uno snaturamento della stessa ragion d’essere dei partiti. Questi – ricordiamo – erano nati con il compito di essere a) i tramiti principali della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica; b) i protagonisti del reclutamento del ceto politico; c) le forze di elaborazione delle politiche pubbliche.
Dietro questo tradimento del dettato costituzionale si nasconde il declino vero, quello degli ideali. E c’è un aggravante: il vuoto delle motivazioni. La dialettica politica sembra trascurare i contenuti. I discorsi si involvono, s’incartano, ne nascono noiose iterazioni molto spesso fondate su un modo del protestare piuttosto gratuito.
Un tempo i partiti discutevano. Ricordiamo tutti le assemblee dei maggiori partiti che fecero epoca. Oggi, non più, al massimo qualche convegno per collazionare un po’ di classe dirigente cosiddetta “impegnata”. La conseguenza di questa carenza di contenuti ideali e programmatici è il prevalere del personalismo rissoso e defatigante da leggere, oltre che da interpretare. Ne consegue che è davvero raro trovare quella consequenzialità nei comportamenti concreti di tutti i giorni, che è il presupposto di una corretta vita politica. Consequenzialità che è un misto virtuoso di lavoro, rispetto, tolleranza, silenzio al momento giusto, capacità di attendere.
Ma dopo ciò una cosa è da fissare bene. Non è possibile porre i partiti al muro del pianto. Non lo è perché rimangono strumenti fondamentali di ogni regime democratico.
Tali soggetti oggi più che mai hanno il compito di garantire: a) la formazione di identità collettive; b) lo studio di programmi aperti agli interessi generali; c) l’elaborazione di politiche pubbliche; d) la strutturazione del voto; e) il reclutamento del personale politico.
E’ possibile rinnovarli? La risposta secondo noi è affermativa. Nella misura in cui sapranno dotarsi di una struttura duttile, pluralista, articolata. Questa esigenza può essere soddisfatta non solo attraverso un’apertura verso la società civile, intesa come trama di relazioni, legami, scelte non risolvibili di per sé nella sfera politica. Nella società civile, infatti, si radicano valori, significati, comportamenti, stili di vita, criteri di giudizio, costituenti un’area eminentemente prepolitica. Essa è il luogo in cui si strutturano e si legittimano i rapporti sociali che poi trovano espressione nella sfera istituzionale.
Più volte nei miei interventi giornalistici e sul blog (www.comunepartecipato.blogspot.com) ho ricordato il vasto mondo del volontariato e i valori di spontaneità, gratuità, condivisione, solidarietà che costituiscono il suo specifico patrimonio sociale e morale. Ricordo ancora i movimenti giovanili, femministi, ecologisti, per i diritti umani, contro la segregazione razziale, contro l’energia nucleare, ecc. Non parliamo poi dell’area del terzo settore, che nel campo delle attività economiche promuove le imprese sociali, ovverosia, quelle imprese che, in quanto non perseguono il profitto, superano la forma capitalistica. La lotta alla disoccupazione, lo sviluppo della solidarietà, la difesa della dignità del lavoro, che stanno al centro del loro impegno, esprimono motivazioni e significati di grande rilievo sociale. Significato che tuttavia non si esaurisce in se stesso, ma acquista valenza politica. Una valenza cui i partiti devono agganciarsi, se vogliono integrare esperienze solidariste in ruoli e responsabilità più generali, specifici della politica.
Ai partiti chiediamo, in conclusione, di liberarsi da ogni forma di organizzazione verticistica, di sviluppare pratiche di vasta partecipazione alle decisioni. Per i dirigenti invochiamo una formazione aperta a tutte le idee che qui andiamo esponendo, senza restare prigionieri del risucchio di apparato. Mentre per i candidati agli incarichi istituzionali la via della designazione attraverso elezioni primarie appare la più idonea a rafforzarli nella loro ricerca del consenso.
Mentre scriviamo ci giunge notizia che anche il PDL, nel cinema Elia, sabato prossimo, farà la sua “Festa” con l’autorevole intervento del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna.
Nelle more di questo terzo evento partitico-politico, sul quale ci riserviamo di esprimere le nostre riflessioni in un secondo momento, vogliamo cogliere l’occasione per riflettere su uno degli argomenti comuni trattati dai due partiti di centro-sinistra: quello relativo alla crisi dei partiti.
Di fronte ad un pubblico esiguo, attratto più dallo spettacoli succedutisi dopo i dibattiti che dai brillanti interventi tenuti dai diversi relatori nelle due manifestazioni, ci siamo interrogati anche noi del Centro Studi Politici “A. Moro” sul valore, sulla funzione, sul rinnovamento, sulle strategie e sugli strumenti che un partito sedicente democratico e moderno deve porre in essere per riacquistare credibilità agli occhi di un elettorato sempre più stufo di assistere ad uno spettacolo indegno di una classe politica all’altezza della difficile situazione che l’Italia sta vivendo.
E’ stato ripetuto più volte, in questi ed altri convegni, che i partiti italiani appaiono poveri di idee e di programmi rispondenti alle aspettative dei cittadini; privi di strategie di largo respiro; lacerarti tra di loro e dentro di loro da lotte di mero potere; dominati all’interno da oligarchie staccate dalla base, tutte volte a perseguire interessi di gruppo minoritario privilegiato.
Sì che non stupisce che la realtà partitica del nostro Paese risulti collassata. Gli iscritti sono fortemente diminuiti. I militanti sono divenuti una specie rara. I giovani vi si tengono lontani, anzi, sembra avvertano una vera e propria ripugnanza.
Così pure sul piano elettorale trovano più adeguata spiegazione sia la crescita dell’astensionismo, sia il calo dell’identificazione con il partito votato.
Non è casuale dunque che da questa palude venga fuori una selva di cespugli partitici, dietro i quali si organizza quotidianamente – come abbiamo potuto vedere in quest’ultima estate – una guerriglia per bande intessuta di imboscate, tradimenti, minacce, ricatti, insulti.
Tutto questo ha portato ad uno snaturamento della stessa ragion d’essere dei partiti. Questi – ricordiamo – erano nati con il compito di essere a) i tramiti principali della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica; b) i protagonisti del reclutamento del ceto politico; c) le forze di elaborazione delle politiche pubbliche.
Dietro questo tradimento del dettato costituzionale si nasconde il declino vero, quello degli ideali. E c’è un aggravante: il vuoto delle motivazioni. La dialettica politica sembra trascurare i contenuti. I discorsi si involvono, s’incartano, ne nascono noiose iterazioni molto spesso fondate su un modo del protestare piuttosto gratuito.
Un tempo i partiti discutevano. Ricordiamo tutti le assemblee dei maggiori partiti che fecero epoca. Oggi, non più, al massimo qualche convegno per collazionare un po’ di classe dirigente cosiddetta “impegnata”. La conseguenza di questa carenza di contenuti ideali e programmatici è il prevalere del personalismo rissoso e defatigante da leggere, oltre che da interpretare. Ne consegue che è davvero raro trovare quella consequenzialità nei comportamenti concreti di tutti i giorni, che è il presupposto di una corretta vita politica. Consequenzialità che è un misto virtuoso di lavoro, rispetto, tolleranza, silenzio al momento giusto, capacità di attendere.
Ma dopo ciò una cosa è da fissare bene. Non è possibile porre i partiti al muro del pianto. Non lo è perché rimangono strumenti fondamentali di ogni regime democratico.
Tali soggetti oggi più che mai hanno il compito di garantire: a) la formazione di identità collettive; b) lo studio di programmi aperti agli interessi generali; c) l’elaborazione di politiche pubbliche; d) la strutturazione del voto; e) il reclutamento del personale politico.
E’ possibile rinnovarli? La risposta secondo noi è affermativa. Nella misura in cui sapranno dotarsi di una struttura duttile, pluralista, articolata. Questa esigenza può essere soddisfatta non solo attraverso un’apertura verso la società civile, intesa come trama di relazioni, legami, scelte non risolvibili di per sé nella sfera politica. Nella società civile, infatti, si radicano valori, significati, comportamenti, stili di vita, criteri di giudizio, costituenti un’area eminentemente prepolitica. Essa è il luogo in cui si strutturano e si legittimano i rapporti sociali che poi trovano espressione nella sfera istituzionale.
Più volte nei miei interventi giornalistici e sul blog (www.comunepartecipato.blogspot.com) ho ricordato il vasto mondo del volontariato e i valori di spontaneità, gratuità, condivisione, solidarietà che costituiscono il suo specifico patrimonio sociale e morale. Ricordo ancora i movimenti giovanili, femministi, ecologisti, per i diritti umani, contro la segregazione razziale, contro l’energia nucleare, ecc. Non parliamo poi dell’area del terzo settore, che nel campo delle attività economiche promuove le imprese sociali, ovverosia, quelle imprese che, in quanto non perseguono il profitto, superano la forma capitalistica. La lotta alla disoccupazione, lo sviluppo della solidarietà, la difesa della dignità del lavoro, che stanno al centro del loro impegno, esprimono motivazioni e significati di grande rilievo sociale. Significato che tuttavia non si esaurisce in se stesso, ma acquista valenza politica. Una valenza cui i partiti devono agganciarsi, se vogliono integrare esperienze solidariste in ruoli e responsabilità più generali, specifici della politica.
Ai partiti chiediamo, in conclusione, di liberarsi da ogni forma di organizzazione verticistica, di sviluppare pratiche di vasta partecipazione alle decisioni. Per i dirigenti invochiamo una formazione aperta a tutte le idee che qui andiamo esponendo, senza restare prigionieri del risucchio di apparato. Mentre per i candidati agli incarichi istituzionali la via della designazione attraverso elezioni primarie appare la più idonea a rafforzarli nella loro ricerca del consenso.
PARTITI: SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?
Dopo la pausa estiva, prima il Partito Democratico e poi il Partito Sinistra Ecologia e Liberta’, a Corato, in piazza Sedile, i maggiori partiti locali hanno voluto testimoniare la propria presenza con la cosiddetta “Festa”. Obiettivo: dibattere i temi dell’attualità politica e le proposte programma che per un governo di centro-sinistra alternativo a livello nazionale e locale.
Mentre scriviamo ci giunge notizia che anche il PDL, nel cinema Elia, sabato prossimo, farà la sua “Festa” con l’autorevole intervento del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna.
Nelle more di questo terzo evento partitico-politico, sul quale ci riserviamo di esprimere le nostre riflessioni in un secondo momento, vogliamo cogliere l’occasione per riflettere su uno degli argomenti comuni trattati dai due partiti di centro-sinistra: quello relativo alla crisi dei partiti.
Di fronte ad un pubblico esiguo, attratto più dallo spettacoli succedutisi dopo i dibattiti che dai brillanti interventi tenuti dai diversi relatori nelle due manifestazioni, ci siamo interrogati anche noi del Centro Studi Politici “A. Moro” sul valore, sulla funzione, sul rinnovamento, sulle strategie e sugli strumenti che un partito sedicente democratico e moderno deve porre in essere per riacquistare credibilità agli occhi di un elettorato sempre più stufo di assistere ad uno spettacolo indegno di una classe politica all’altezza della difficile situazione che l’Italia sta vivendo.
E’ stato ripetuto più volte, in questi ed altri convegni, che i partiti italiani appaiono poveri di idee e di programmi rispondenti alle aspettative dei cittadini; privi di strategie di largo respiro; lacerarti tra di loro e dentro di loro da lotte di mero potere; dominati all’interno da oligarchie staccate dalla base, tutte volte a perseguire interessi di gruppo minoritario privilegiato.
Sì che non stupisce che la realtà partitica del nostro Paese risulti collassata. Gli iscritti sono fortemente diminuiti. I militanti sono divenuti una specie rara. I giovani vi si tengono lontani, anzi, sembra avvertano una vera e propria ripugnanza.
Così pure sul piano elettorale trovano più adeguata spiegazione sia la crescita dell’astensionismo, sia il calo dell’identificazione con il partito votato.
Non è casuale dunque che da questa palude venga fuori una selva di cespugli partitici, dietro i quali si organizza quotidianamente – come abbiamo potuto vedere in quest’ultima estate – una guerriglia per bande intessuta di imboscate, tradimenti, minacce, ricatti, insulti.
Tutto questo ha portato ad uno snaturamento della stessa ragion d’essere dei partiti. Questi – ricordiamo – erano nati con il compito di essere a) i tramiti principali della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica; b) i protagonisti del reclutamento del ceto politico; c) le forze di elaborazione delle politiche pubbliche.
Dietro questo tradimento del dettato costituzionale si nasconde il declino vero, quello degli ideali. E c’è un aggravante: il vuoto delle motivazioni. La dialettica politica sembra trascurare i contenuti. I discorsi si involvono, s’incartano, ne nascono noiose iterazioni molto spesso fondate su un modo del protestare piuttosto gratuito.
Un tempo i partiti discutevano. Ricordiamo tutti le assemblee dei maggiori partiti che fecero epoca. Oggi, non più, al massimo qualche convegno per collazionare un po’ di classe dirigente cosiddetta “impegnata”. La conseguenza di questa carenza di contenuti ideali e programmatici è il prevalere del personalismo rissoso e defatigante da leggere, oltre che da interpretare. Ne consegue che è davvero raro trovare quella consequenzialità nei comportamenti concreti di tutti i giorni, che è il presupposto di una corretta vita politica. Consequenzialità che è un misto virtuoso di lavoro, rispetto, tolleranza, silenzio al momento giusto, capacità di attendere.
Ma dopo ciò una cosa è da fissare bene. Non è possibile porre i partiti al muro del pianto. Non lo è perché rimangono strumenti fondamentali di ogni regime democratico.
Tali soggetti oggi più che mai hanno il compito di garantire: a) la formazione di identità collettive; b) lo studio di programmi aperti agli interessi generali; c) l’elaborazione di politiche pubbliche; d) la strutturazione del voto; e) il reclutamento del personale politico.
E’ possibile rinnovarli? La risposta secondo noi è affermativa. Nella misura in cui sapranno dotarsi di una struttura duttile, pluralista, articolata. Questa esigenza può essere soddisfatta non solo attraverso un’apertura verso la società civile, intesa come trama di relazioni, legami, scelte non risolvibili di per sé nella sfera politica. Nella società civile, infatti, si radicano valori, significati, comportamenti, stili di vita, criteri di giudizio, costituenti un’area eminentemente prepolitica. Essa è il luogo in cui si strutturano e si legittimano i rapporti sociali che poi trovano espressione nella sfera istituzionale.
Più volte nei miei interventi giornalistici e sul blog (www.comunepartecipato.blogspot.com) ho ricordato il vasto mondo del volontariato e i valori di spontaneità, gratuità, condivisione, solidarietà che costituiscono il suo specifico patrimonio sociale e morale. Ricordo ancora i movimenti giovanili, femministi, ecologisti, per i diritti umani, contro la segregazione razziale, contro l’energia nucleare, ecc. Non parliamo poi dell’area del terzo settore, che nel campo delle attività economiche promuove le imprese sociali, ovverosia, quelle imprese che, in quanto non perseguono il profitto, superano la forma capitalistica. La lotta alla disoccupazione, lo sviluppo della solidarietà, la difesa della dignità del lavoro, che stanno al centro del loro impegno, esprimono motivazioni e significati di grande rilievo sociale. Significato che tuttavia non si esaurisce in se stesso, ma acquista valenza politica. Una valenza cui i partiti devono agganciarsi, se vogliono integrare esperienze solidariste in ruoli e responsabilità più generali, specifici della politica.
Ai partiti chiediamo, in conclusione, di liberarsi da ogni forma di organizzazione verticistica, di sviluppare pratiche di vasta partecipazione alle decisioni. Per i dirigenti invochiamo una formazione aperta a tutte le idee che qui andiamo esponendo, senza restare prigionieri del risucchio di apparato. Mentre per i candidati agli incarichi istituzionali la via della designazione attraverso elezioni primarie appare la più idonea a rafforzarli nella loro ricerca del consenso.
Mentre scriviamo ci giunge notizia che anche il PDL, nel cinema Elia, sabato prossimo, farà la sua “Festa” con l’autorevole intervento del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna.
Nelle more di questo terzo evento partitico-politico, sul quale ci riserviamo di esprimere le nostre riflessioni in un secondo momento, vogliamo cogliere l’occasione per riflettere su uno degli argomenti comuni trattati dai due partiti di centro-sinistra: quello relativo alla crisi dei partiti.
Di fronte ad un pubblico esiguo, attratto più dallo spettacoli succedutisi dopo i dibattiti che dai brillanti interventi tenuti dai diversi relatori nelle due manifestazioni, ci siamo interrogati anche noi del Centro Studi Politici “A. Moro” sul valore, sulla funzione, sul rinnovamento, sulle strategie e sugli strumenti che un partito sedicente democratico e moderno deve porre in essere per riacquistare credibilità agli occhi di un elettorato sempre più stufo di assistere ad uno spettacolo indegno di una classe politica all’altezza della difficile situazione che l’Italia sta vivendo.
E’ stato ripetuto più volte, in questi ed altri convegni, che i partiti italiani appaiono poveri di idee e di programmi rispondenti alle aspettative dei cittadini; privi di strategie di largo respiro; lacerarti tra di loro e dentro di loro da lotte di mero potere; dominati all’interno da oligarchie staccate dalla base, tutte volte a perseguire interessi di gruppo minoritario privilegiato.
Sì che non stupisce che la realtà partitica del nostro Paese risulti collassata. Gli iscritti sono fortemente diminuiti. I militanti sono divenuti una specie rara. I giovani vi si tengono lontani, anzi, sembra avvertano una vera e propria ripugnanza.
Così pure sul piano elettorale trovano più adeguata spiegazione sia la crescita dell’astensionismo, sia il calo dell’identificazione con il partito votato.
Non è casuale dunque che da questa palude venga fuori una selva di cespugli partitici, dietro i quali si organizza quotidianamente – come abbiamo potuto vedere in quest’ultima estate – una guerriglia per bande intessuta di imboscate, tradimenti, minacce, ricatti, insulti.
Tutto questo ha portato ad uno snaturamento della stessa ragion d’essere dei partiti. Questi – ricordiamo – erano nati con il compito di essere a) i tramiti principali della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica; b) i protagonisti del reclutamento del ceto politico; c) le forze di elaborazione delle politiche pubbliche.
Dietro questo tradimento del dettato costituzionale si nasconde il declino vero, quello degli ideali. E c’è un aggravante: il vuoto delle motivazioni. La dialettica politica sembra trascurare i contenuti. I discorsi si involvono, s’incartano, ne nascono noiose iterazioni molto spesso fondate su un modo del protestare piuttosto gratuito.
Un tempo i partiti discutevano. Ricordiamo tutti le assemblee dei maggiori partiti che fecero epoca. Oggi, non più, al massimo qualche convegno per collazionare un po’ di classe dirigente cosiddetta “impegnata”. La conseguenza di questa carenza di contenuti ideali e programmatici è il prevalere del personalismo rissoso e defatigante da leggere, oltre che da interpretare. Ne consegue che è davvero raro trovare quella consequenzialità nei comportamenti concreti di tutti i giorni, che è il presupposto di una corretta vita politica. Consequenzialità che è un misto virtuoso di lavoro, rispetto, tolleranza, silenzio al momento giusto, capacità di attendere.
Ma dopo ciò una cosa è da fissare bene. Non è possibile porre i partiti al muro del pianto. Non lo è perché rimangono strumenti fondamentali di ogni regime democratico.
Tali soggetti oggi più che mai hanno il compito di garantire: a) la formazione di identità collettive; b) lo studio di programmi aperti agli interessi generali; c) l’elaborazione di politiche pubbliche; d) la strutturazione del voto; e) il reclutamento del personale politico.
E’ possibile rinnovarli? La risposta secondo noi è affermativa. Nella misura in cui sapranno dotarsi di una struttura duttile, pluralista, articolata. Questa esigenza può essere soddisfatta non solo attraverso un’apertura verso la società civile, intesa come trama di relazioni, legami, scelte non risolvibili di per sé nella sfera politica. Nella società civile, infatti, si radicano valori, significati, comportamenti, stili di vita, criteri di giudizio, costituenti un’area eminentemente prepolitica. Essa è il luogo in cui si strutturano e si legittimano i rapporti sociali che poi trovano espressione nella sfera istituzionale.
Più volte nei miei interventi giornalistici e sul blog (www.comunepartecipato.blogspot.com) ho ricordato il vasto mondo del volontariato e i valori di spontaneità, gratuità, condivisione, solidarietà che costituiscono il suo specifico patrimonio sociale e morale. Ricordo ancora i movimenti giovanili, femministi, ecologisti, per i diritti umani, contro la segregazione razziale, contro l’energia nucleare, ecc. Non parliamo poi dell’area del terzo settore, che nel campo delle attività economiche promuove le imprese sociali, ovverosia, quelle imprese che, in quanto non perseguono il profitto, superano la forma capitalistica. La lotta alla disoccupazione, lo sviluppo della solidarietà, la difesa della dignità del lavoro, che stanno al centro del loro impegno, esprimono motivazioni e significati di grande rilievo sociale. Significato che tuttavia non si esaurisce in se stesso, ma acquista valenza politica. Una valenza cui i partiti devono agganciarsi, se vogliono integrare esperienze solidariste in ruoli e responsabilità più generali, specifici della politica.
Ai partiti chiediamo, in conclusione, di liberarsi da ogni forma di organizzazione verticistica, di sviluppare pratiche di vasta partecipazione alle decisioni. Per i dirigenti invochiamo una formazione aperta a tutte le idee che qui andiamo esponendo, senza restare prigionieri del risucchio di apparato. Mentre per i candidati agli incarichi istituzionali la via della designazione attraverso elezioni primarie appare la più idonea a rafforzarli nella loro ricerca del consenso.
lunedì 4 ottobre 2010
PERCHE’ GOVERNARE CON I CITTADINI
Mentre l’attuale Amministrazione comunale è in carica da oltre due anni, la maggior parte delle Consulte comunali non sono stati ancora insediate o rese operative. E’ questa una delle interrogazioni che il consigliere comunale del PD Tommaso Loiodice, riferendosi allo Statuto comunale, ha rivolto al sindaco nell’ultimo Consiglio comunale del 30 settembre.
Lo Statuto comunale, al Capo II, intitolato “Istituti di partecipazione”, che comprende gli articoli che vanno dal n. 48 al n. 61, prevede, infatti, all’art. 53 le “Consulte permanenti”. Si tratta – è detto nel comma 1 - di organi consultivi stabili in materia di sanità, sviluppo economico, interventi a favore dei giovani, sport, assistenza, salvaguardia ambientale formate da rappresentanti di associazioni, ordini professionali, organizzazioni sindacali, imprenditoriali e di volontariato, che esprimono un loro motivato parere preventivo su tutti gli argomenti nei rispettivi settori di competenza che debbono essere esaminati dalla Giunta o dal Consiglio. Esse possono altresì esprimere di propria iniziativa pareri, suggerimenti e richieste di intervento a tutti gli organi comunali”.
Di queste, soltanto la Consulta permanente della Cultura, risulta insediata ed operativa attraverso la sua presidente Stefania Stefanachi. Tutte le altre risultano ancora assenti nel panorama democratico della nostra città. Bene ha fatto quindi il consigliere comunale a chiedere spiegazioni al sindaco, il quale ha risposto che s’informerà ed agirà di conseguenza.
Al di là di ogni altra considerazione sulla vicenda, noi ci limitiamo a richiamare semplicemente l’art. 52 dello Statuto denominato “Consultazioni” il quale così si esprime al comma 1: “Il Regolamento della Giunta e del Consiglio comunale prevede forme di consultazione di ampie categorie di cittadini (lavoratori, studenti, forze sindacali e sociali, ordini, albi e associazioni professionali) da attuarsi ogni volta che i tempi di deliberazione lo consentono. Al comma 2 è scritto: “I risultati delle consultazioni devono essere riportati negli atti del Consiglio comunale e dei Consigli Circoscrizionali che ne fanno esplicita menzione nelle inerenti deliberazioni”. E al comma 3: “La consultazione può essere indetta anche per categorie di giovani non ancora elettori”. Relativamente a quest’ultimo comma, ricordiamo che, pur essendo stati insediati e resi operativi, il Consiglio Comunale dei Ragazzi e il Forum dei Giovani, che come Centro Studi ”A. Moro” abbiamo avuto il piacere di proporre e di vedere attuarti, non ci risulta siano mai stati consultati.
Le regole, dunque, ci sono, ma servono anche modalità formali di assunzione delle responsabilità per consolidare i rapporti di fiducia tra l’Ente locale e i cittadini, che non devono continuare ad esercitare una delega in bianco, ma una co-costruzione di opportunità, di risposte, di occasioni, di servizi, cercando ognuno per il suo ruolo, di costruire valore comune.
Regole e responsabilità, quindi, sono due aspetti collegati tra loro e questo vale sicuramente nel rapporto tra l’Amministrazione e i cittadini, ma vale anche quando i sistemi di regole sono interni alle amministrazioni e servono, come in diversi casi accade, per coordinare le politiche della partecipazione.
L’esperienza fatta nella mia veste di presidente della Consulta delle Associazioni del Comune di Terlizzi e di vicepresidente della Consulta della Cultura del Comune di Corato, al di là delle differenze territoriali, continuano ad evidenziare che i cittadini non sono “educati” alla partecipazione e, in molte circostanze, non sono “formati” per contribuire in modo efficace alla formazione dei processi decisionali.
Spesso accade che propongano, rispetto al problema sul quale sono chiamati ad esprimersi, opinioni basate su informazioni parziali. In altri casi avviene che i cittadini mettano a disposizione la loro buona volontà ma siano carenti delle competenze che necessitano per la gestione dei servizi. Molte esperienze mettono in luce come siano fragili gli equilibri che si determinano, salvo riuscire a coinvolgere stabilmente soggetti, come le associazioni per esempio, che più facilmente danno continuità negli anni alla loro missione istituzionale e possono rendere più stabile il rapporto con le istituzioni.
La complessità della gestione dei processi inclusivi e degli strumenti per la partecipazione richiede, spesso, la presenza di esperti esterni all’Ente. Così è stato fatto dal nostro sindaco lo scorso anno in occasione delle consultazioni per il Piano Urbanistico Generale (PUG), coordinate dall’arch. Maria Teresa Cuonzo, la quale, però, nonostante il proprio impegno nei dieci incontri effettuati con diversi interlocutori, non è riuscita a riunire più di venti soggetti per volta. Non parliamo poi del cosiddetto “Bilancio partecipato”, promosso dall’Assessore alla Programmazione Massimo Mazzilli che non ha mai visto partecipare più di dieci cittadini. Nonostante vi fossero coinvolti ben tre Comuni: Corato, Ruvo e Terlizzi per la redazione del Piano Sociale di Zona, ancora più deludente è stata la partecipazione dei rappresentanti delle associazioni socio-sanitarie, che non hanno mai superato il tetto complessivo di 15 partecipanti.
Processi di questo tipo che si basano soltanto sui regolamenti amministrativi, se non sono costanti e sistematici, coerenti e diffusi come modalità generalizzata di lavoro dell’Amministrazione rischiano di trasformarsi in un boomerang, creando fratture difficilmente recuperabili con i cittadini. Per dare solidità a queste esperienze, occorre continuità e perciò l’individuazione di figure capaci di seguire in modo continuativo le attività: preparare e distribuire materiali, animare le comunità che si creano, progettare e realizzare azioni di formazione, attivare altri attori interni all’ente oppure esterni per rendere più efficaci le risposte.
Obiettivi tanto ambiziosi possono essere raggiunti solo se le risorse, anche informali, presenti in città, si attivano complessivamente per contribuire a condividere le decisioni e ad affrontare in modo responsabile la riqualificazione delle modalità di produzione delle politiche pubbliche e di erogazione dei servizi.
Per queste ragioni il 14, 15 e 16 ottobre, in occasione della Settimana Europea della Democrazia Locale (SEDL), organizzata e promossa dal Consiglio d’Europa, gradiremmo che l’Amministrazione comunale promuovesse con i cittadini ed altri partner locali, tre giornate di studio e di confronto, sul tema del cambiamento nelle relazioni tra istituzioni e cittadini con particolare riferimento alle questioni dei cambiamenti nei processi decisionali e della solidarietà orizzontale. Si rafforzerebbe così la percezione della democrazia locale da parte dei cittadini come valore comune europeo e come base per costruire una società più democratica.
Lo Statuto comunale, al Capo II, intitolato “Istituti di partecipazione”, che comprende gli articoli che vanno dal n. 48 al n. 61, prevede, infatti, all’art. 53 le “Consulte permanenti”. Si tratta – è detto nel comma 1 - di organi consultivi stabili in materia di sanità, sviluppo economico, interventi a favore dei giovani, sport, assistenza, salvaguardia ambientale formate da rappresentanti di associazioni, ordini professionali, organizzazioni sindacali, imprenditoriali e di volontariato, che esprimono un loro motivato parere preventivo su tutti gli argomenti nei rispettivi settori di competenza che debbono essere esaminati dalla Giunta o dal Consiglio. Esse possono altresì esprimere di propria iniziativa pareri, suggerimenti e richieste di intervento a tutti gli organi comunali”.
Di queste, soltanto la Consulta permanente della Cultura, risulta insediata ed operativa attraverso la sua presidente Stefania Stefanachi. Tutte le altre risultano ancora assenti nel panorama democratico della nostra città. Bene ha fatto quindi il consigliere comunale a chiedere spiegazioni al sindaco, il quale ha risposto che s’informerà ed agirà di conseguenza.
Al di là di ogni altra considerazione sulla vicenda, noi ci limitiamo a richiamare semplicemente l’art. 52 dello Statuto denominato “Consultazioni” il quale così si esprime al comma 1: “Il Regolamento della Giunta e del Consiglio comunale prevede forme di consultazione di ampie categorie di cittadini (lavoratori, studenti, forze sindacali e sociali, ordini, albi e associazioni professionali) da attuarsi ogni volta che i tempi di deliberazione lo consentono. Al comma 2 è scritto: “I risultati delle consultazioni devono essere riportati negli atti del Consiglio comunale e dei Consigli Circoscrizionali che ne fanno esplicita menzione nelle inerenti deliberazioni”. E al comma 3: “La consultazione può essere indetta anche per categorie di giovani non ancora elettori”. Relativamente a quest’ultimo comma, ricordiamo che, pur essendo stati insediati e resi operativi, il Consiglio Comunale dei Ragazzi e il Forum dei Giovani, che come Centro Studi ”A. Moro” abbiamo avuto il piacere di proporre e di vedere attuarti, non ci risulta siano mai stati consultati.
Le regole, dunque, ci sono, ma servono anche modalità formali di assunzione delle responsabilità per consolidare i rapporti di fiducia tra l’Ente locale e i cittadini, che non devono continuare ad esercitare una delega in bianco, ma una co-costruzione di opportunità, di risposte, di occasioni, di servizi, cercando ognuno per il suo ruolo, di costruire valore comune.
Regole e responsabilità, quindi, sono due aspetti collegati tra loro e questo vale sicuramente nel rapporto tra l’Amministrazione e i cittadini, ma vale anche quando i sistemi di regole sono interni alle amministrazioni e servono, come in diversi casi accade, per coordinare le politiche della partecipazione.
L’esperienza fatta nella mia veste di presidente della Consulta delle Associazioni del Comune di Terlizzi e di vicepresidente della Consulta della Cultura del Comune di Corato, al di là delle differenze territoriali, continuano ad evidenziare che i cittadini non sono “educati” alla partecipazione e, in molte circostanze, non sono “formati” per contribuire in modo efficace alla formazione dei processi decisionali.
Spesso accade che propongano, rispetto al problema sul quale sono chiamati ad esprimersi, opinioni basate su informazioni parziali. In altri casi avviene che i cittadini mettano a disposizione la loro buona volontà ma siano carenti delle competenze che necessitano per la gestione dei servizi. Molte esperienze mettono in luce come siano fragili gli equilibri che si determinano, salvo riuscire a coinvolgere stabilmente soggetti, come le associazioni per esempio, che più facilmente danno continuità negli anni alla loro missione istituzionale e possono rendere più stabile il rapporto con le istituzioni.
La complessità della gestione dei processi inclusivi e degli strumenti per la partecipazione richiede, spesso, la presenza di esperti esterni all’Ente. Così è stato fatto dal nostro sindaco lo scorso anno in occasione delle consultazioni per il Piano Urbanistico Generale (PUG), coordinate dall’arch. Maria Teresa Cuonzo, la quale, però, nonostante il proprio impegno nei dieci incontri effettuati con diversi interlocutori, non è riuscita a riunire più di venti soggetti per volta. Non parliamo poi del cosiddetto “Bilancio partecipato”, promosso dall’Assessore alla Programmazione Massimo Mazzilli che non ha mai visto partecipare più di dieci cittadini. Nonostante vi fossero coinvolti ben tre Comuni: Corato, Ruvo e Terlizzi per la redazione del Piano Sociale di Zona, ancora più deludente è stata la partecipazione dei rappresentanti delle associazioni socio-sanitarie, che non hanno mai superato il tetto complessivo di 15 partecipanti.
Processi di questo tipo che si basano soltanto sui regolamenti amministrativi, se non sono costanti e sistematici, coerenti e diffusi come modalità generalizzata di lavoro dell’Amministrazione rischiano di trasformarsi in un boomerang, creando fratture difficilmente recuperabili con i cittadini. Per dare solidità a queste esperienze, occorre continuità e perciò l’individuazione di figure capaci di seguire in modo continuativo le attività: preparare e distribuire materiali, animare le comunità che si creano, progettare e realizzare azioni di formazione, attivare altri attori interni all’ente oppure esterni per rendere più efficaci le risposte.
Obiettivi tanto ambiziosi possono essere raggiunti solo se le risorse, anche informali, presenti in città, si attivano complessivamente per contribuire a condividere le decisioni e ad affrontare in modo responsabile la riqualificazione delle modalità di produzione delle politiche pubbliche e di erogazione dei servizi.
Per queste ragioni il 14, 15 e 16 ottobre, in occasione della Settimana Europea della Democrazia Locale (SEDL), organizzata e promossa dal Consiglio d’Europa, gradiremmo che l’Amministrazione comunale promuovesse con i cittadini ed altri partner locali, tre giornate di studio e di confronto, sul tema del cambiamento nelle relazioni tra istituzioni e cittadini con particolare riferimento alle questioni dei cambiamenti nei processi decisionali e della solidarietà orizzontale. Si rafforzerebbe così la percezione della democrazia locale da parte dei cittadini come valore comune europeo e come base per costruire una società più democratica.
sabato 2 ottobre 2010
LA SFIDA EDUCATIVA TRA EMERGENZA E CRISI ANTROPOLOGICA
Il giorno 29 settembre nella bella sala dell’Istituto Statale d’Arte di Corato, alla presenza di un folto gruppo di docenti delle scuole di ogni ordine e grado di Corato e di Andria, su iniziativa della Consulta permanente della Cultura, e dalla Commissione pedagogica, coordinata da Arcangelo Speranza, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale, abbiamo potuto partecipare al convegno sul tema “La sfida educativa tra emergenza e crisi antropologica: a scuola da protagonisti”, organizzato nell’ambito delle manifestazioni previste per il “Settembre pedagogico”.
All’interessante relazione tenuta dal prof.Giuseppe Desideri, presidente nazionale dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (A.I.M.C.) sono seguiti, oltre ai saluti della presidente della Consulta Permanente della Cultura Stefania Stefanachi, dell’assessore alla P.I. Franco Caputo e del consigliere delegato alla Cultura Giuseppe D’Introno, gli interventi, regolati dal coordinatore Franco Zucaro, dei docenti Lucrezia Colucci (3° Circ. didattico), Giuseppe D’Ercole (Liceo classico “Sylos”), delle dirigenti Tina Rutigliano (1° Circolo) e Stella Ribatti (di Andria) e dei docenti in pensione Pina Masciavè, don Cataldo Bevilacqua e del sottoscritto.
L’occasione è stata propizia per fare il punto della situazione scolastica, anche alla luce dei recenti provvedimenti governativi, al centro – com’è noto - di animate discussioni politiche e proteste, soprattutto da parte dei docenti precari e delle famiglie.
E’ solo colpa dei ragazzi, della loro svogliatezza e del loro profitto deludente, se la scuola versa in una crisi strutturale, pedagogica, metodologica e didattica? O c’entrano qualche cosa anche i metodi d’insegnamento, la capacità di un professore di far presa sulla sua classe, senza imporre e senza accondiscendere, la sua buona cultura personale e la sua passione professionale? Sono state queste le domande alle quali il relatore Giuseppe desideri ha tentato di fornire una risposta convincente.
Il passaggio da una scuola elitaria, per i pochi che avrebbero dovuto costituire la classe dirigente del futuro, ad una scuola di massa, aperta ad una popolazione studentesca estremamente eterogenea per bisogni formativi, interessi, aspirazioni ha trovato – secondo il relatore - la classe docente impreparata sia dal punto di vista metodologico sia da quello organizzativo e relazionale.
La risoluzione dei problemi volti a garantire il successo scolastico e lo sviluppo armonico e integrato della personalità dei discenti – è stato detto - non può avvenire attraverso una prassi didattica prevalentemente basata sulla lezione frontale e attraverso gli strumenti valutativi del passato.
La rapida evoluzione industriale, postindustriale, informatica e tecnologica – ha proseguito - ha portato ad un cambiamento del modo di vivere, ha allargato gli orizzonti di interesse, ha ridotto la possibilità di interazione con la natura e con gli oggetti che ci circondano, divenuti sempre più complessi, ha accelerato i ritmi di vita e ha ridotto alcune modalità di interazione e di comunicazione, creandone di nuove.
Il cambiamento – è la conclusione condivisa da tutti gli intervenuti - al di là delle recenti disposizioni ministeriali, deve avvenire a partire da coloro che la scuola la vivono e la subiscono direttamente, in quanto nessuna formazione imposta e forzata che non sia frutto di una spontanea ricerca lascia traccia, diventa conoscenza e consapevolezza; questo richiede da parte di tutti i soggetti interessati (studenti, famiglie, docenti e istituzioni) anche una sensibilità, una disponibilità a mettersi in discussione, a confrontarsi, a condividere e a collaborare.
Nel mio breve intervento ho evidenziato che in realtà molti insegnanti si sono fatti carico dei problemi nuovi che la scuola doveva risolvere, molti hanno cercato, in modo più o meno autonomo ed empirico – come ho avuto modo di evidenziare nel mio libro di prossima pubblicazione sul bullismo scolastico - di trovare soluzioni e strategie per superare gli incidenti di percorso. Alcuni hanno intrapreso corsi di formazione nella speranza di ricevere indicazioni e supporti che, trasferiti nella classe, consentissero di fare meglio il loro lavoro, di costruire con gli alunni un percorso di crescita e di maturazione condiviso.
Il loro entusiasmo, il loro impegno (come mi hanno confessato i colleghi delle due scuole medie con le quali ho collaborato nella mia veste di esperto PON per i corsi di educazione alla legalità ed alla cittadinanza) non sono stati sempre riconosciuti e gratificati, spesso i successi preventivati ed attesi non si sono avuti e ciò ha portato, in alcuni casi, ad uno strato di frustrazione e di sconforto, anche per mancanza di un’assistenza qualificata che una volta era fornita dall’operatore psicopedagogico.
Celebrare il 5 ottobre la 10^ “Giornata mondiale degli insegnanti”, istituita dall’Unesco nel 1993, può essere l’occasione per ricordare a tutti che i docenti, giorno per giorno, promuovono e costruiscono, con i loro studenti, i valori del dialogo, della tolleranza, del rispetto e della solidarietà, che sono le basi del vivere democratico.
La giornata mondiale degli insegnanti - ha evidenziato il presidente nazionale dell’AIMC - è una data poco ricordata. Facciamo nostro - come Centro Studi Politici “A. Moro” - il suo invito a considerare gli insegnanti non più burocrati esecutori, ma responsabili professionisti di scuola, che godono del giusto riconoscimento sociale.
Proprio in nome della professionalità riconosciuta ai docenti, chiediamo anche noi per questi ultimi condizioni per poter esercitare legittima e competente partecipazione ai processi innovativi della scuola sia nel momento attuativo, sia nella fase progettuale. La competenza acquisita attraverso percorsi formativi ed arricchita dal riflettere sulla pratica scolastica è patrimonio che essi desiderano mettere a disposizione in un confronto aperto e connotato da un corretto gioco delle parti nel quale il piano legislativo, quello sindacale e quello più propriamente professionale trovano complementarietà nel rispetto della specificità di ognuno.
Ricordare la “Giornata degli insegnanti” non è, dunque, né gesto corporativo, né puro atto celebrativo, ma occasione per riproporre all’opinione pubblica, al mondo politico ed alle istituzioni il lavoro silenzioso e, spesso, poco apprezzato di quanti si sono spesi e si spendono quotidianamente per la scuola
All’interessante relazione tenuta dal prof.Giuseppe Desideri, presidente nazionale dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (A.I.M.C.) sono seguiti, oltre ai saluti della presidente della Consulta Permanente della Cultura Stefania Stefanachi, dell’assessore alla P.I. Franco Caputo e del consigliere delegato alla Cultura Giuseppe D’Introno, gli interventi, regolati dal coordinatore Franco Zucaro, dei docenti Lucrezia Colucci (3° Circ. didattico), Giuseppe D’Ercole (Liceo classico “Sylos”), delle dirigenti Tina Rutigliano (1° Circolo) e Stella Ribatti (di Andria) e dei docenti in pensione Pina Masciavè, don Cataldo Bevilacqua e del sottoscritto.
L’occasione è stata propizia per fare il punto della situazione scolastica, anche alla luce dei recenti provvedimenti governativi, al centro – com’è noto - di animate discussioni politiche e proteste, soprattutto da parte dei docenti precari e delle famiglie.
E’ solo colpa dei ragazzi, della loro svogliatezza e del loro profitto deludente, se la scuola versa in una crisi strutturale, pedagogica, metodologica e didattica? O c’entrano qualche cosa anche i metodi d’insegnamento, la capacità di un professore di far presa sulla sua classe, senza imporre e senza accondiscendere, la sua buona cultura personale e la sua passione professionale? Sono state queste le domande alle quali il relatore Giuseppe desideri ha tentato di fornire una risposta convincente.
Il passaggio da una scuola elitaria, per i pochi che avrebbero dovuto costituire la classe dirigente del futuro, ad una scuola di massa, aperta ad una popolazione studentesca estremamente eterogenea per bisogni formativi, interessi, aspirazioni ha trovato – secondo il relatore - la classe docente impreparata sia dal punto di vista metodologico sia da quello organizzativo e relazionale.
La risoluzione dei problemi volti a garantire il successo scolastico e lo sviluppo armonico e integrato della personalità dei discenti – è stato detto - non può avvenire attraverso una prassi didattica prevalentemente basata sulla lezione frontale e attraverso gli strumenti valutativi del passato.
La rapida evoluzione industriale, postindustriale, informatica e tecnologica – ha proseguito - ha portato ad un cambiamento del modo di vivere, ha allargato gli orizzonti di interesse, ha ridotto la possibilità di interazione con la natura e con gli oggetti che ci circondano, divenuti sempre più complessi, ha accelerato i ritmi di vita e ha ridotto alcune modalità di interazione e di comunicazione, creandone di nuove.
Il cambiamento – è la conclusione condivisa da tutti gli intervenuti - al di là delle recenti disposizioni ministeriali, deve avvenire a partire da coloro che la scuola la vivono e la subiscono direttamente, in quanto nessuna formazione imposta e forzata che non sia frutto di una spontanea ricerca lascia traccia, diventa conoscenza e consapevolezza; questo richiede da parte di tutti i soggetti interessati (studenti, famiglie, docenti e istituzioni) anche una sensibilità, una disponibilità a mettersi in discussione, a confrontarsi, a condividere e a collaborare.
Nel mio breve intervento ho evidenziato che in realtà molti insegnanti si sono fatti carico dei problemi nuovi che la scuola doveva risolvere, molti hanno cercato, in modo più o meno autonomo ed empirico – come ho avuto modo di evidenziare nel mio libro di prossima pubblicazione sul bullismo scolastico - di trovare soluzioni e strategie per superare gli incidenti di percorso. Alcuni hanno intrapreso corsi di formazione nella speranza di ricevere indicazioni e supporti che, trasferiti nella classe, consentissero di fare meglio il loro lavoro, di costruire con gli alunni un percorso di crescita e di maturazione condiviso.
Il loro entusiasmo, il loro impegno (come mi hanno confessato i colleghi delle due scuole medie con le quali ho collaborato nella mia veste di esperto PON per i corsi di educazione alla legalità ed alla cittadinanza) non sono stati sempre riconosciuti e gratificati, spesso i successi preventivati ed attesi non si sono avuti e ciò ha portato, in alcuni casi, ad uno strato di frustrazione e di sconforto, anche per mancanza di un’assistenza qualificata che una volta era fornita dall’operatore psicopedagogico.
Celebrare il 5 ottobre la 10^ “Giornata mondiale degli insegnanti”, istituita dall’Unesco nel 1993, può essere l’occasione per ricordare a tutti che i docenti, giorno per giorno, promuovono e costruiscono, con i loro studenti, i valori del dialogo, della tolleranza, del rispetto e della solidarietà, che sono le basi del vivere democratico.
La giornata mondiale degli insegnanti - ha evidenziato il presidente nazionale dell’AIMC - è una data poco ricordata. Facciamo nostro - come Centro Studi Politici “A. Moro” - il suo invito a considerare gli insegnanti non più burocrati esecutori, ma responsabili professionisti di scuola, che godono del giusto riconoscimento sociale.
Proprio in nome della professionalità riconosciuta ai docenti, chiediamo anche noi per questi ultimi condizioni per poter esercitare legittima e competente partecipazione ai processi innovativi della scuola sia nel momento attuativo, sia nella fase progettuale. La competenza acquisita attraverso percorsi formativi ed arricchita dal riflettere sulla pratica scolastica è patrimonio che essi desiderano mettere a disposizione in un confronto aperto e connotato da un corretto gioco delle parti nel quale il piano legislativo, quello sindacale e quello più propriamente professionale trovano complementarietà nel rispetto della specificità di ognuno.
Ricordare la “Giornata degli insegnanti” non è, dunque, né gesto corporativo, né puro atto celebrativo, ma occasione per riproporre all’opinione pubblica, al mondo politico ed alle istituzioni il lavoro silenzioso e, spesso, poco apprezzato di quanti si sono spesi e si spendono quotidianamente per la scuola
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