lunedì 10 agosto 2009

PER NON DIMENTICARE


Inaugurazione Piazza Caduti di Via Fani: non solo miglioramento dell’arredo ma anche “rispetto del decoro e della memoria dei martiri della libertà e della democrazia”.

Come Centro Studi Politici “Aldo Moro”, associazione intestata e ispirata al ricordo e agli insegnamenti dell’on. Aldo Moro, non possiamo che compiacerci ed esprimere la nostra condivisione per il ricordo che il sindaco Luigi Perrone pubblicamente ha voluto manifestare in un comunicato stampa in occasione dell’inaugurazione della bella piazza dedicata ai Martiri di Via Fani, comprendente tanti viali quanti sono i martiri, aperta al pubblico, con la sua presenza, la sera del 9 c.m.

Il riferimento ed il commosso ricordo nel comunicato stampa è andato giustamente ai 5 agenti di scorta all’on. Aldo Moro: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, di cui il 16 marzo scorso abbiamo ricordato il 31° anniversario della strage seguita, dopo terribili 55 giorni, il 9 maggio 1978, dal rinvenimento nel bagagliaio di una Renault 4, in Via Caetani, a Roma, del corpo del presidente della Democrazia Cristiana.

Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e la strage della sua scorta segnano uno spartiacque nella nostra memoria memoria e in quella collettiva degli italiani, dei nostri concittadini non più giovani, condizionando pesantemente la storia successiva.

Toccare questo argomento non è cosa semplice. Ma, affinché il ricordo resti sempre vivo, soprattutto in coloro che non hanno avuto il privilegio, come noi, di conoscere queste vittime sacrificali di una concezione politica terroristica aberrante, è opportuno fare alcune osservazioni e riflessioni.

Non tutti sanno o ricordano che l’avvicinarsi di culture politiche contrapposte da parte di Moro era inteso non come una forma di sopravvivenza politica, ma come una forma di sopravvivenza dell’ideale primario della politica: il famoso bene comune. Per questo l’avversario politico era sempre visto non come un nemico, ma come un portatore di valori concorrenti. Per questo riteneva suo dovere rivolgersi con paziente attenzione alle esigenze e ai bisogni dei singoli.

Allo stato attuale la politica e tutto quello che le è collaterale, non è stata in grado di mantenere vivo nelle nuove generazioni l’insegnamento politico e civile dell’indimenticabile statista.

A distanza di trentuno anni, parlare di Aldo Moro significa parlare di un periodo buio per l’Italia, ma anche del suo contributo di idee, così fortemente ancora attuali, che egli ha offerto all’Italia democratica sin dalla Costituente.

Occorre oggi più che mai mantenere vivo il ricordo di Aldo Moro, non soltanto per evitare il riprodursi di fenomeni terroristici e riaffermare il principio di legalità come criterio cardine dell’azione politica, ma anche per favorire l’affermarsi di un’alta concezione dell’impegno pubblico, il quale non parte da disegni personali di potere, ma da un’elevata coscienza storica della funzione e del ruolo di chi è chiamato a perseguire l’interesse generale.

Di fronte all’attuale, lunga e ancora irrisolta transizione italiana e a nuove forze politiche ancora in cerca d’identità, si avverte la mancanza di una coscienza civile altrettanto alta che permetta di affrontare le sfide dei tempi nuovi.

Nelle generazioni nate all’indomani della sua tragica scomparsa rimane solo un ricordo legato a qualche pensiero oppure a qualche storica foto del sequestro o del corpo crivellato di proiettili rinvenuto nel bagagliaio di un’auto rossa; ma al di là di questo manca la consapevolezza di quanto siano ancora attuali certe prospettive morotee.

E’ oggi responsabilità delle istituzioni ricordare e raccontare ai giovani la figura di Aldo Moro, che fu un dirigente politico di alta ispirazione democratica, in grado di esprimere forza di idee e lungimiranza di visione e assertore del confronto e del dialogo democratico. Il suo insegnamento è inoltre più attuale che mai, dato che, oggi come ieri, è necessario dare vita ad un “nuovo senso del dovere” affinché il sistema politico approdi verso una democrazia reale e compiuta.

Il senso delle commemorazioni, delle intitolazioni di vie e piazze – come giustamente dichiarato dal sindaco – dovrebbe essere indirizzato in questo senso, ma, purtroppo, né la politica, né tantomeno l’opinione pubblica lo hanno ancora a mente e, per questa ragione, si è ancora lontani dal poter dire di aver ereditato un’idea così lungimirante e sana di politica.

Si inizi quindi a raccontare meglio e in maniera più incisiva l’idea morotea dello Stato e della società alle nuove generazioni, soprattutto in un momento di così tale distanza dei giovani dalla politica; si cerchi di ricongiungere al senso civico ogni singola visione della collettività che ogni singolo cittadino possiede, perché solo così si potrà onorare il pensiero di chi ha speso la sua esistenza per il bene comune dell’Italia e dei suoi giovani.

Il nostro augurio è che il ricordo dei Martiri di Via Fani sia di buon auspicio per un confronto costruttivo, non pregiudiziale e ideologico, tra maggioranza e opposizione, a tutti i livelli istituzionali.

Chi oggi giustamente si duole degli eccessi della conflittualità sociale e politica, non può non riscoprire l’inclinazione tutta morotea a privilegiare sempre, anche in termini culturali, le ragioni positive del confronto e del dialogo contro le ragioni irragionevoli del conflitto permanente. Di questo vivono la politica e la democrazia.

Gli amici mortidice il poetaci camminano a fianco, e ci parlano e ci aiutano. Moro è nostro amico, ci cammina a fianco e ci parla. Speriamo che molti sappiano ascoltarlo. Ne abbiamo bisogno.

giovedì 6 agosto 2009

Il sindaco che abbiamo è quello che vogliamo?

Il dibattito politico in corso registra ancora una volta gli interessanti interventi di Gaetano Bucci, Aldo Zucaro e, ultimamente, quello di Giacomo De Lillo che, da diversi punti di vista, analizzano lo stato di salute della politica cittadina e dei suoi rappresentanti a livello politico e amministrativo.

Tutte le le valutazioni di questi attenti osservatori ruotano inevitabilmente attorno alla figura del sindaco Luigi Perrone, di cui rilevano più i difetti che i pregi, nonostante gli riconoscano l’eccezionale successo elettorale, dovuto – a loro dire – alla sua forte carica leaderistica “votata al fare”, fondata sulla fedeltà, l’efficienza, la visibilità e sulla scarsa incisività dell’opposizione. Un’opposizione incapace di organizzare una “resistenza” efficace, limitata a sterili polemiche con il presidente del Consiglio comunale (seguite, per protesta, dall’abbandono del Consiglio comunale) ed a particolaristici comunicati stampa sulle sconfitte giudiziarie (PD), e sui ritardi dell’Amministrazione comunale nella realizzazione di tanti provvedimenti non ancora pienamente realizzati (centro-sinistra).

Queste, in estrema sintesi, le valutazioni espresse da chi non si riconosce nell’attuale maggioranza consiliare e nel sistema di governo del cosiddetto “padre-padrone”.
Lo spazio a disposizione non mi consente di entrare nel merito delle singole valutazioni espresse dai bravi e rari commentatori politici sopraccitati. Ritengo, tuttavia utile fornire su questo secondo punto, ossia sull’identikit del sindaco ideale, anche il mio contributo al dibattito, che mi auguro possa vedere in futuro un maggior numero di partecipanti.

Più che la decisione, la qualità prima che un sindaco, e in generale colui che è impegnato nel servizio alla città, deve possedere è l’ascolto. Le scelte, specie quelle più difficili, devono affondare le loro radici nell’ascolto profondo della realtà. Il sindaco è un crocevia. Nella deriva delle diverse istituzioni politiche tradizionali, il sindaco resta uno dei pochi riferimenti sicuri per la comunità, ben al di là dei suoi già vasti ambiti di competenza. Padre, confessore, garante, potente: nell’immaginario collettivo il sindaco è una figura straordinariamente polifunzionale.

Parlare col singolo cittadino e guardare gli orizzonti della comunità. Freddo e inflessibile nell’applicazione delle procedure amministrative, ma caldo e appassionato nello slancio testimoniale. Non potrebbe sostenere quest’ incessante dilatazione del suo sguardo, non gli sarebbe possibile se non fosse capace di ascoltare profondamente, se non fosse cioè un abituale frequentatore dell’intimità collettiva. Profondamente dentro la città e le sue dinamiche, ma anche oltre, almeno quel tanto di distacco sufficiente ad osservarla nel suo insieme. E’ il più osservato della città, ma anche il suo migliore osservatore.

Non una, ma cento, mille città convivono nella stessa città. Mondi diversi s’intersecano e condizionano in un’intricata rete di relazioni, scambi, culture, stili di vita e anche conflitti. Cento città, ciascuna delle quali pensa se stessa come unica, essenziale, centrale. Che lotta perché il proprio bisogno sia riconosciuto per il suo superiore valore rispetto a quello degli altri.

La città come un campo di forze che si contendono lo spazio fino a raggiungere un equilibrio. Non è sempre facile ottenere che l’equilibrio sia anche giusto. Quando si decide, ad esempio, una zona pedonale non “pesano” nella stessa misura la forza rumorosa, compatta e caparbia dei commercianti e quella debole, frammentata e cedevole dei pedoni. Gli interessi sono l’energia che muove le forze. Non sempre l’identità degli interessi è negativa, cioè con una matrice egoistica. Talvolta, più raramente, l’identità degli interessi può avere una radice ideale: ad esempio, la lotta dei gruppi ambientalisti per la difesa di un’emergenza ecologica del territorio, sarebbe altrimenti soccombente rispetto alla forza espressa da alcuni interessi economici.

La politica è il luogo dove si ricerca il punto di equilibrio “più giusto” tra le “forze” delle cento città. Il sindaco, più in generale, l’amministratore, ne è l’arbitro. Parziale. Sì, parziale, nel senso che non può fermarsi alle esigenze che riescono autonomamente ed esplicitamente ad esprimersi. Deve anche essere, per quanto gli è possibile, in grado di avvertire, scorgere, intuire le voci deboli, la forza fragile, la città ancora sommersa degli anziani, dei giovani esclusi, dei disoccupati, che, priva di microfono, sta dall’altra parte del palcoscenico.

Il sindaco non è un notaio che ratifica l’esistente. E’ un comunicatore. Meglio, un facilitatore della comunicazione tra i gruppi e le persone. E’ un pedagogo della comunità, costruttore di democrazia. Dice a ciascuno dell’esigenza dell’altro. Agevola le relazioni e i reciproci, faticosi, anche conflittuali riconoscimenti. Perché se lo spazio non è sufficiente per il monopolio di una sola città, al contrario è abbondante per le cento città che possono crescere insieme nei diritti e nelle opportunità.

C’è poi un altro sindaco. Altro rispetto alle competenze già eccedenti che le leggi gli attribuiscono. Altro rispetto a colui che si occupa di strade, verde, pubblica illuminazione, edilizia pubblica, pianificazione del territorio, e, perfino dei massimi problemi sanitari della città. Un altro sindaco non codificato dalle norme, che scruta e ascolta le dinamiche che congiungono le modificazioni della città materiale ai cambiamenti della città degli uomini.
Il sindaco, poiché azzarda continuamente previsioni, se non vuole sbagliare molto deve saper ascoltare profondamente le intime connessioni tra le comunità degli uomini: i fittissimi scambi immateriali tra l’ambiente fisico e le persone. Realizzare una piazza o creare un giardino in un quartiere non significa modificare solo la morfologia di una parte del paesaggio urbano, significa restituire opportunità di aggregazione e di socializzazione ai cittadini, modificare il loro stile di vita, intervenire, in ultima analisi, sulle patologie della moderna incomunicabilità.Un parco giochi frequentato da pochissimi bambini e con un tasso elevato di vandalismo (che è indice di dello scarso senso di appartenenza alla comunità), sarà tale fino a quando non saranno i bambini stessi, con un sussulto di democrazia, a indicarne la riorganizzazione dello spazio e delle funzioni.
Insomma, la città materiale non è neutra né incolore. E’ il riflesso della cultura delle “immagini di mondo” della comunità. E’ il modo concreto con cui tutti i cittadini, o meglio, le loro forze organizzate articolano i luoghi in cui vivono.

Il sindaco deve difendere, dunque, con scelte anche drastiche, la voce veramente senza voce che parla il linguaggio del futuro.

Il tempo storico della politica e dei suoi codici. E’ sotto gli occhi di tutti quanto la politica nella nostra città sia in grande e grave ritardo. Ha perso moltissimo tempo. I problemi profondi le sono sfuggiti di mano, occupata in faccende di tutt’altro tipo. Non le sarà facile recuperare il ritardo. Occorrerà molto tempo. E non è detto che ci riesca.

Ricostruire le fratture che separano la politica dai bisogni sociali, dall’economia alla stessa etica, è un’operazione improba. Spesso il sindaco è tentato di eludere il tempo, deve continuamente andare dal tempo lungo delle azioni profonde che cambiano la rotta della vita di una città, al tempo corto delle contraddizioni immediate, le emergenze di cui è riccamente farcita la sua attività quotidiana.

Altro che “governare con intelligenza i fatti “, la politica da tempo non ragiona sui problemi. Amministra ma non governa i processi.
E così al sindaco, nuovo formato stile legge 142/90, è richiesto di riprendere il timone della rotta, senza lasciare però l’equipaggio in coperta, solo nella vita di ogni giorno. E accompagnato, come un’inseparabile fedelissima ombra, dalla sensazione di continua insufficienza rispetto agli arretrati di problemi e di attese accumulate, egli ci rimette tutto il tempo.

Infine, lacerato da questa ineludibile presa diretta con la realtà, non gli resta null’altro del suo tempo. Raccoglie i suoi cocci, senza attendere gratificazioni e riconoscimenti. Gli resta solo il privilegio dell’amicizia intima con la comunità

lunedì 27 luglio 2009

Lettera aperta sulla sicurezza in città


Ill.mo sig. Sindaco,

non passa giorno, ormai, che le cronache giornalistiche locali non riportino notizie di reati di vario genere: furti, rapine e incendi che accentuano da tempo la cosiddetta “percezione di insicurezza” dei cittadini coratini. Di qui la motivazione della Sua lettera aperta pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 25 u.s., nella quale dichiara. “E’ mia ferma intenzione e dell’intera amministrazion , dare risposte serie e concrete al problema della sicurezza prima che i gravissimi fatti di violenza che ormai trovano quotidiano spazio nella cronaca di tutti i giornali, si radichino anche nella nostra terra.......” Segue la menzione degli incontri periodici con i dirigenti delle forze dell’ordine e la citazione delle specifiche iniziative che vedono la Polizia municipale maggiormente presente sul territorio con fasce orarie prolungate. “Altrettanto importante – è la sua conclusione – è la disponibilità dei cittadini a collaborare con le forze di Polizia, vincendo forme di omertà….che rischiano di rendere vane le pure encomiabili azioni delle stesse forze di polizia”.

Pur apprezzando il Suo invito alla collaborazione, è nostra convinzione tuttavia – come più volte scritto in precedenti lettere indirizzatele nella mia qualità di presidente dall’ “Associazione contro la criminalità per la legalità” – che la sicurezza di un territorio come quello di Corato non può essere meramente affidata a politiche di ordine pubblico e repressione, ma va pensata come politica complessiva di azioni di prevenzione del disagio e della delinquenza ponendo attenzione alla qualità della vita e della vivibilità della nostra città.

In questo direzione sono sempre andate le nostre proposte che mi permetto di riassumere in questa nota. Occorre: 1) aumentare, attraverso l’azione congiunta ed integrata di tutti gli attori a vario titolo coinvolti, la vivibilità del territorio in termini di qualità della vita; 2) prevenire i fenomeni di criminalità e d’inciviltà; 3) realizzare la “città sociale”, cioè una città che sia più a misura d’uomo; 4) stimolare la società civile e le consulte comunali ad elaborare progetti che siano il frutto di reale integrazione di attori e di azioni, incrementando così anche la percezione di prossimità delle istituzioni al cittadino; 5) sostenere l’innovazione delle modalità operative delle polizie locali; 6) realizzare politiche di integrazione e di inclusione degli immigrati; 7) diffondere, sensibilizzare e comunicare a tutti gli interlocutori privilegiati i risultati dei progetti patrocinati, finanziati e attuati; 8) istituire un numero verde per fronteggiare i fenomeni legati all’estorsione e all’usura; 9) sensibilizzare i giovani ed educarli ad un uso responsabile del denaro, al rispetto delle regole e della legalità, ai pericoli delle tossicodipendenze e dell’alcolismo con il coinvolgimento delle scuole, delle associazioni giovanili, del Consiglio comunale dei ragazzi e del “Forum dei giovani” di prossima istituzione; 10) migliorare le condizioni di salubrità e sicurezza di zone che versano in uno stato di degrado, arricchendone la dotazione di servizi, di verde pubblico, nonché realizzando interventi di animazione, piste ciclabili e percorsi pedonali protetti; 11) stimolare la sottoscrizione di protocolli d’intesa tra i diversi settori istituzionali e non delle politiche di sicurezza urbana (Forze dell’Ordine, Volontariato, Istituti scolastici.ecc.)

I punti di forza di queste proposte esprimono, evidentemente, il riconoscimento della centralità del ruolo dell’Amministrazione comunale, anche in virtù della legge del 24 luglio 2008 n. 125, citata nella lettera, che rafforza i poteri d’intervento del sindaco, ma anche la necessità di attivare ulteriori risorse appositamente dedicate da parte del Bilancio comunale a tali tematiche e la costruzione di una “cultura” dell’integrazione e della partecipazione tra attori e azioni nelle politiche in tema di sicurezza.

In sintesi la nostra proposta si riassume: 1) nella necessità di “lavorare insieme” per raggiungere quel valore aggiunto rappresentato dall’integrazione delle azioni; 2) tutte le azioni esigono una forte attività partenariale: ecco perché tutti gli enti del privato sociale devono essere coinvolti nel progetto; 3) attraverso la concertazione ed il monitoraggio dell’azione progettuale costante nel tempo tutti gli attori istituzionali e del privato devono ritrovarsi permanentemente attorno ad un tavolo di lavoro e di confronto, i cui risultati dovrebbero essere comunicati in Consiglio comunale, in convegni tematici, sul sito web del Comune e attraverso agli organi di stampa.

RingraziandoLa per l’attenzione, unitamente a tutti gli associati, invio cordiali saluti.

sabato 18 luglio 2009

Lettera aperta in memoria di Paolo Borsellino.

Non tutti ricordano che il 19 luglio ricorre il 17° anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino, magistrato, vittima della mafia, considerato un eroe al pari del suo amico e collega Giovanni Falcone.

Il 19 luglio 1992, dopo pranzo, Paolo Borsellino si recò, insieme alla sua scorta, in via D’Amelio, dove abitava sua madre. Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo esplose, uccidendolo insieme ai suoi cinque agenti di scorta. Non faceva mistero della sua condizione di “condannato a morte”. Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate.

Di questo ed altro parlò la sorella Rita nella palestra del Liceo classico ”A.Oriani” il 24 marzo scorso. Tema del convegno “La buona pianta della legalità”, concluso con queste parole “Questo mondo che ci appartiene è anche di voi giovani e sono convinta che riusciremo a sconfiggere la mafia grazie alle nostre decisioni; quindi dite “NO” alla mafia e “SI’” per un mondo pieno di pace e di amore”.

Queste sono anche i concetti più volte espressi da Paolo Borsellino “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Queste sono alcune delle parole più famose di Paolo Borsellino. Le ha ricordate – come già aveva fatto nell’incontro tenuto presso la S.M.S. “A. De Gasperi”, lo scrittore criminalista Michele Cagnazzo, autore del libro “Mafia, una guerra senza confini” a conclusione del corso di educazione alla legalità tenuto insieme al sottoscritto e all’avv. Marianna Aloiso, nell’incontro promosso dall’Associazione “Contro la criminalità per la legalità”, per ricordare il 17° anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino.

Ma questa è stata anche l’occasione per ribadire che l’unica modalità possibile per combattere la piaga della mafia può venire dai giovani, dai ragazzi a cui non ci si deve mai stancare di raccontare le brutture, le storture della mafia, che non è solo il fenomeno eclatante dei morti ammazzati, dei clan dove vige la legge dell’omertà, della violenza, del sopruso. Ma è anche quell’aspetto più soffuso, multiforme, sfumato, che è presente, purtroppo, in molti ambienti della nostra società e che è più difficile debellare, perché diventa mentalità, modo di fare politica, di fare affare e che diventa cultura.

Di qui la necessità di affrontare in modo sempre più sistematico il problema dell’istruzione alla legalità, che deve diventare sempre più incisivo nel territorio, facendo rete, creando sinergie d’intenti e facendo fronte comune contro un unico nemico.

Il volontariato, coordinandosi con la scuola, le agenzie educative, i servizi pubblici e privati, opportunamente sostenuto dalle pubbliche amministrazioni, può svolgere un ruolo importante nella prevenzione e nella riduzione della devianza per la legalità della vita civile, nella diminuzione della violenza giovanile, nel contenimento del predominio territoriale delle norcomafie.

Questi ci sembrano i problemi di fondo dell’educazione alla legalità ed alla democrazia, problemi che devono essere meditati ed affrontati giorno per giorno con un’opera educativa aperta e costruttiva che l’Amministrazione comunale, attraverso l’impegno assunto dall’assessore alla P.I. e alla Coesione sociale Franco Caputo, intende inserire nel Piano dell’Offerta Formativa Territoriale del prossimo anno scolastico.

martedì 14 luglio 2009

Lettera aperta sulla sicurezza in città – Insieme per vincere il declino.

Ill.mo sig. Sindaco,

non passa giorno, ormai, che le cronache giornalistiche locali non riportino notizie di reati di vario genere, furti e rapine commessi da adulti, da stranieri e da giovani. L’occasione mi è gradita per ringraziarLa per la sua tempestività nell’avvisare il maresciallo dei carabinieri Pietro Zona, immediatamente intervenuto, di un tentativo di furto nel mio condominio nella mattinata di domenica scorsa.

La sicurezza, come dimostrano anche i Suoi costanti interventi amministrativi e delle forze dell’ordine è evidentemente considerata un bene primario, verso la quale la pubblica amministrazione deve porre in essere ogni utile iniziativa intesa alla salvaguardia dell’incolumità e dei beni di ogni cittadino. Per invertire questa escalation è indispensabile – come più volte dichiarato negli incontri promossi dall’assessore alla sicurezza Carlo Roselli, dal presidente della VI° Commissione consiliare Sergio Tedeschi, dai dirigenti della Polizia municipale Vitantonio Patruno, del Commissariato di Polizia Damiano Nappi e dei Carabinieri Pietro Zona e, nell’ultimo Consiglio comunale, dal consigliere Angelo Amorese – evitare allarmismi, operare in sinergia e a fare di più.

Siamo tutti convinti della necessità di porre in essere uno specifico progetto di lotta alla criminalità come quello denominato A.l.i.c.e. (acronimo di Azioni per il Lavoro e l’inserimento contro l’Esclusione), finanziato dal C.I.P.E. (delibera n.26/2003 “Patti per l’inclusione sociale, la legalità e la sicurezza”), che riunisce 17 Comuni, con Andria capofila, nell’ambito del Pit 2, presentato il 29 aprile, e che si rivolge a 1700 ragazzi, attraverso incontri di animazione territoriale e ad attori istituzionali ed economici del territorio tramite 17 seminari e workshop in altrettanti Comuni. In rappresentanza dell’”Associazione contro la criminalità per la legalità”, che ho l’onore di presiedere, ho partecipato agli incontri tenutisi il 29 aprile ad Andria, il 6 maggio a Ruvo, il 27 maggio a Trani, nei quali, al crescente bisogno di sicurezza delle comunità, dei territori, delle imprese, si sta cercando di rispondere mettendo in rete tutte le forze di polizia presenti sul territorio.

La legalità è, infatti, una condizione e, al tempo stesso, un “bene” da rendere disponibile in misura sufficiente per rendere credibili le strategie di inclusione e di sviluppo, che richiede azioni dedicate di coinvolgimento e di partecipazione di tutte le espressioni della società locale e della vita civile.

In questo senso – voglio ricordare - è stato predisposto e articolato il progetto di educazione alla legalità, “L’Antimafia entra nelle Scuole – Conoscere le mafie – Ricostruire la legalità”, redatto dal noto criminologo barese Michele Cagnazzo, presentato alla Commissione consiliare cultura presieduta da Luigi Patruno e realizzato dal sottoscritto insieme all’avv. Marianna Aloiso presso la Scuola media “A. De Gasperi”. Un progetto – com’è noto – accolto con favore e molto interesse dall’assessore alla P.I. Franco Caputo, che si è impegnato a rifinanziarlo per il prossimo anno scolastico estendendolo a tutte le scuole cittadine di ogni ordine e grado.

La sicurezza pubblica, infatti, secondo gli ultimi orientamenti strategici – si afferma con modelli di attività e di servizi capaci di suscitare collaborazione dei cittadini, partecipazione delle comunità locali e, in definitiva, con prassi esemplificative che associno alla legittimazione “dall’alto” (cioè dall’ordinamento giuridico dello Stato) una legittimazione “dal basso”, (attraverso il consenso attivo delle popolazioni e dei vari gruppi sociali).

La nostra associazione è sicuramente tra questi e - come ha sempre fatto, anche questa volta propone alla Vs. cortese attenzione una metodologia di lavoro che permette, all’interno di qualsiasi tipo di organizzazione, di creare workshop e meeting particolarmente ispirati e produttivi. Tutto è demandato ai partecipanti che propongono e gestiscono in completa autonomia il programma di lavoro, attraverso la proposta di temi e problematiche reali e per le quali provano un sincero interesse. Una volta selezionati i temi si organizzano sezioni parallele di gruppo e progressivamente si focalizza la discussione su un argomento d’importanza strategica. Alla fine il lavoro, di un giorno, ciascun partecipante avrà il resoconto in cui vengono descritte tutte le discussioni svolte (instant report finali), che individui: i fattori di rischio percepiti, una fase strutturata di conoscenza dei fenomeni, una lista di indicatori chiave.

Questi elementi contribuiranno alla realizzazione di un piano integrato della sicurezza, per la diffusione della cultura della legalità, dell’integrazione e dell’inclusione sociale, volto ad innalzare i livelli di responsabilità dei soggetti sociali, economici ed istituzionali che ai vari livelli sono operativi sul terreno del contrasto alla criminalità, dello sviluppo locale, del welfare, dell’inclusione sociale, e crei le premesse per la costruzione di una “Città sicura”.

Ringraziando per l’attenzione, invio cordiali saluti.

domenica 5 luglio 2009

PD: TRA CONGRESSO, PARTECIPAZIONE, RESPONSABILITA’, ETICA E CORAGGIO

Dopo le elezioni provinciali ed europee, il referendum ed i ballottaggi nel PD nazionale, regionale e provinciale non c’è più tregua che tenga. La campagna precongressuale è ormai entrata nel vivo con le candidature alla segreteria di Dario Franceschini, Luigi Bersani e Ignazio Marino.

Congresso

Cosa dice lo Statuto? “Il PD è un partito federale costituito da elettori ed iscritti (art.1) e che affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali” (art.2). La Direzione, conseguentemente, ha deciso il seguente calendario: entro il 20 luglio possono candidarsi alla segreteria e sottoscrivere le candidature solo gli iscritti al partito, che hanno tempo fino a questa data per iscriversi. Il congresso, che si terrà il 10 ottobre, sceglie i tre candidati che parteciperanno alle primarie tra quelli che abbiano ottenuto almeno il 15% dei voti. Le primarie si svolgeranno il 24 ottobre con la partecipazione di iscritti e non. Se nessuno dei candidati raggiunge la maggioranza assoluta, si andrà al ballottaggio con voto segreto all’Assemblea nazionale tra i due candidati più votati alle primarie.

Dall’ 8 novembre a maggio 2009 potranno svolgersi i congressi locali e provinciali per l’elezione dei rispettivi coordinamenti e segretari.

Dopo questa premessa chiarificatrice delle modalità di questo importante evento politico mi sia consentito esprimere sin da subito la mia posizione in merito. Sosterrò al congresso Dario Franceschini per la sua azione di tenuta e di ripresa del partito e non perché abbiamo origini comuni, visto che io spero in un congresso di rimescolamento.

Partecipazione

L’elezione del Segretario e dell’assemblea sarà un passaggio fondamentale: dobbiamo far sì che questo appuntamento sia preparato in modo approfondito e che sia assicurata una larga partecipazione di popolo dando la possibilità a tutti i cittadini che lo desiderassero di dichiararsi aderenti al Partito democratico, secondo il principi una testa un voto. Al successo di questo momento congressuale siamo tutti legati e a questo successo dovremo dedicare i nostri sforzi e le nostre energie.

Il successo del Partito democratico è strettamente legato anche alla qualità di nuovi gruppi dirigenti nelle diverse realtà territoriali. Di procedere in questo modo lo impone la coerenza con la scelta di procedere attraverso un percorso di ampia partecipazione dal basso, che eviti, come è avvenuto in passato, di procedere alla scelta dei nuovi dirigenti attraverso pratiche centralistiche e spartitorie.

Penso che, attraverso la competizioni aperte alla partecipazione di più candidati vi sia la presenza di molte donne e, accanto a giovani dirigenti vi sia anche l’apporto di energie nuove, provenienti dal mondo del lavoro, delle istituzioni e di quelle forze politiche e sociali che credono in un centrosinistra senza trattino e unitario.

Sono convinto che attraverso scelte chiare e coraggiose come queste sapremo fare politica e faremo crescere intorno a noi interesse, fiducia e partecipazione. Noi abbiamo bisogno di tutti e non possiamo deludere l’entusiasmo di quei giovani e di quelle donne che si sono messe in gioco ed in cammino con la speranza di contare per condividere scelte, progetti, speranze e…rappresentanze!

Dobbiamo essere capaci di fare i conti con il passato, ma soprattutto dobbiamo misuraci con i profondi cambiamenti del nostro tempo, cercare di dare risposte ai nuovi problemi ed alla ricerca di nuove identità sociali, anche in relazione agli effetti della profonda crisi economica in atto.

La crisi dei partiti e la percezione di un crescente degrado della politica - così ben analizzate negli scritti di Gaetano Bucci e Aldo Zucaro – hanno infatti generato una diffusa convinzione sulla necessità di rinnovare i partiti che rimangono, comunque, l’unica forma possibile per organizzare i singoli cittadini in una comunità politica.

A mio avviso è fondamentale affermare che il partito deve fare i conti con “cittadini” ormai sempre più consapevoli dei propri diritti nella vita democratica, economica e sociale. In ragione di ciò uno dei compiti del “partito nuovo” deve essere quello di rilanciare il senso di appartenenza alla propria comunità, attraverso un maggior rafforzamento sistematico del rapporto con il territorio e capace di favorire il coinvolgimento e la partecipazione dell’intera comunità. Ormai non è più il tempo solo degli slogan.

Solo la partecipazione, l’interazione e il coinvolgimento permettono di costruire una migliore comunità locale, promuovono la fiducia, la responsabilità e l’impegno democratico, evitando di far percepire un pericoloso ripiegamento autoreferenziale di quella che nell’opinione pubblica generale è ormai una “casta”. Le primarie non sono una panacea per tutti i malanni della politica, ma potrebbero migliorare il funzionamento dei partiti, trasformare la politica e contribuire alla qualità delle scelte democratiche, riducendo la distanza tra la società reale e i partiti. Per questo bisogna continuare a farle con convinzione e con il giusto spirito di coinvolgimento di tutti.

Responsabilità

Il presupposto su cui fondare il principio di responsabilità è quello del perseguimento dell’interesse generale della comunità cittadina, piuttosto che quelli particolari e di piccoli e limitati gruppi d’interesse. Chi ricopre cariche istituzionali e pubbliche deve adottare comportamenti trasparenti, divulgare informazioni, e rendersi disponibile al confronto e al dibattito cittadino sulle proprie scelte, in forza delle responsabilità che si è apertamente assunto.

Etica e morale

Negli ultimi tempi abbiamo assistito nel Paese alla profonda perdita di rispetto verso regole e leggi, anche quelle etiche e morali. Credo sia necessario rendere ancora più evidenti nella politica comportamenti sobri, austeri, autorevoli, coerenti e trasparenti. In questo ambito un ragionamento approfondito va fatto sul principio generale dell’incompatibilità di incarichi, sulla necessità di valutare l’opportunità di separare le cariche amministrative da quelle politiche, nonché al conflitto d’interessi.

Coraggio

Per essere fedeli al tanto auspicato e rivendicato rinnovamento nella politica ritengo serva il coraggio di rompere gli schemi, di sfidare le convenzioni, e di mettersi tutti in gioco. Bisogna avere il coraggio di guardare e pensare al futuro. Una politica che sappia fare i conti con le percezioni degli elettori, nella consapevolezza che i significati sono costruiti da coloro che ricevono i messaggi e non da chi li emette. Sono convinto che anche in vista delle prossime sfida elettorale per l’elezioni regionali ci sarà bisogno di tanto coraggio, qualunque sia la decisione che verrà presa dalle forze di centrosinistra.

Per questo, senza nessuna particolare ambizione, ma perché credo ancora nel progetto del Partito Democratico e non voglio che diventi l’ennesima occasione perduta della politica , rivendico l’importanza e l’esigenza di essere tutti insieme protagonisti del cambiamento per il quale ci siamo messi in gioco.

Con questa lettera aperta intendo riaffermare la mia disponibilità – nonostante i giudizi espressi recentemente nei miei confronti dalla segreteria del circolo di Corato – ad un concreto impegno nella diffusione di una nuova cultura riformista. Queste mie considerazioni sono ovviamente aperte al contributo di tutti coloro che intendono lavorare e profondere il loro impegno in questa direzione.


sabato 27 giugno 2009

PD: TRAVAGLIO DEMOCRATICO


Con le elezioni europee e provinciali ed il referndum si è chiuso un appuntamento elettorale difficile. Nell’insieme, per il PD non è stato un risultato buono, ma neanche tanto cattivo da costringere il Segretario nazionale Dario Franceschini e il Coordinatore del Circolo di Corato Riccardo Mazzilli alle dimissioni. Tale risultato, infatti, a tutti i livelli non può impedirci di vedere che la destra deve ridimensionare le sue aspettative e che il PD può riprendere il proprio cammino.

All’amico Riccardo Mazzilli, che le ha presentate al Coordinamento cittadino, ricordo soltanto che gli esiti elettorali di un grande partito di centro-sinistra non sono certamente imputabili ad una singola persona, ma hanno ragioni e colpe diffuse. Ed è proprio per evitare che si possa discutere delle persone e non dei veri problemi che hanno causato la mancata elezione di Vito Ottobrini e di Maria Bovino, candidati del PD al Consiglio provinciale, che è necessario da parte di tutti offrire un proprio contributo di idee e di proposte.

Di fronte a quanto è accaduto, la maturità di una classe dirigente si valuta sulla propria capacità di ammettere gli errori e sconfitte, dai quali poi ripartire per creare nuove condizioni di aggregazione e di successo, senza prediligere rancori e vendette. Anche la possibilità di cedere il passo, se fosse utile e rigenerante, potrebbe essere una strada percorribile nel convincimento che sopra ogni cosa deve prevalere sempre l’interesse dei cittadini e mai il progetto ambizioso di pochi.

Ora, occorre ritrovare, sotto la guida del coordinatore attuale, quelle condizioni virtuose per rimettere insieme quella parte di elettorato che vuole continuare a crescere e a farsi rappresentare dignitosamente senza più fratture e lotte intestine. Lo sguardo è rivolto alla stagione dei congressi che da settembre animeranno un nuovo confronto.

Il PD deve riavvicinarsi ai cittadini per ricucire un rapporto di fiducia che rischia sempre più di venire meno. Mentre il partito, chiuso in se stesso, continua a parlare di equilibri interni e a discutere di assetti congressuali, la distanza dai cittadini e dai loro problemi aumenta sempre di più.

La politica ed il PD in particolare hanno bisogno di nuova linfa e i primi a doverlo capire sono i giovani che hanno creduto nel progetto del PD e che non devono perdere l’entusiasmo iniziale e partecipare attivamente alla vita politica senza timore di coloro che da trent’anni o più occupano la scena politica. Il progetto che ha in mente il Segretario nazionale passa, infatti, per “la costruzione di un partito rinnovato e aperto, un partito radicato, in cui si discute e poi si decide e soprattutto si torna ad ascoltare gli italiani”.

Riprendere il cammino per “portare il partito nel futuro” significa innanzitutto riconoscere senza esitazioni che ci sono cose da correggere, alla luce dell’esperienza dei primi venti mesi di vita del PD. C’è dunque bisogno di un confronto aperto e positivo; bisogna sottrarsi ai personalismi ed alle semplificazioni, che creano sfiducia e depressione in chi crede ancora nella politica come missione, in un partito che funzioni, che operi attraverso una partecipazione vera e produca il rinnovamento traendolo dalla realtà del territorio.

Il 21 luglio scade il termine del tesseramento al partito per poter eleggere i nuovi organismi dirigenti al prossimo congresso: speriamo che il partito possa presentarsi a questo appuntamento con una grande spinta innovativa per un serio progetto politico alternativo alle proposte del PDL e della Lega. In particolare, a Corato serve ritrovare il dialogo fra tutti coloro che si sentono alternativi alla destra per un’azione di seria opposizione all’attuale amministrazione comunale e al costituendo governo provinciale.

Il Partito democratico non deve rinnovarsi solo come gruppo dirigente, deve saper rinnovare il proprio impianto programmatico mettendo al centro della propria azione il riequilibrio generazionale delle risorse del welfare. Ma questo rinnovamento non avrebbe senso politico se non si ritrovassero in una innovativa proposta sul fronte delle intese politiche, andando oltre l’idea di coalizione e aprendo, anzi spalancando le porte del partito democratico a gruppi dirigenti ed elettori dell’ambientalismo, del socialismo, del comunismo democratico, del radicalismo di sinistra, del cattolicesimo sociale. Tutti dentro ad un nuovo PD privo di steccati, capace di costruire poi un’intesa con Udc e Italia dei Valori, per andare già alle regionali del 2010 invertendo l’attuale tendenza negativa.

E’ questa una piattaforma per persone libere. Spero, ad esempio, che Debora Serracchiani, a livello nazionale, e Mariangela Mosca a livello locale, vogliano impegnarsi a sostenere un impianto politico di questo genere.

A questo punto la parola passerà a tutti i simpatizzanti che eleggeranno il segretario alle primarie, che dovranno svolgersi il 25 ottobre. Chi avrà la maggioranza guiderà il partito in coerenza ai contenuti del progetto presentato, chi sarà in minoranza alimenterà la dialettica interna nell'interesse generale del partito.

Nel frattempo, dobbiamo continuare a confrontarci sul profilo del partito, sulle risposte da dare ai grandi temi sociali, culturali, etici, economici e amministrativi. Occorre, insomma, impegnarsi unitariamente far nascere un nuovo profilo e una nuova identità del partito.

venerdì 12 giugno 2009

”UN NUOVO MODO DI FARE POLITICA”.

Uno degli obiettivi fondamentali che, all’indomani della seconda competizione elettorale in cui si è cimentato nel breve arco di un anno ed in vista delle prossime scadenze congressuali ed elettorali (rinnovo del Consiglio regionale), il Partito Democratico si deve dare è quello di recuperare la fiducia dei cittadini nei partiti e in chi fa politica. Occorre convincere che non è vero che tutti i partiti e i politici sono uguali e che la politica non è una cosa sudicia. Per questo è sempre più necessario esercitare “un nuovo modo di fare politica”.

Certo, sarebbe da sciocchi pensare che la politica possa essere del tutto disinteressata dal gioco dei contrapposti interessi “particolari”, ma va riaffermato che essa mette in gioco anche e soprattutto ideali e tra questi il perseguimento del bene comune e dell’interesse generale. Per questo occorre opporsi ai comportamenti fondati sul doppio gioco, sull’insincerità, sull’inganno, sul dire una cosa e farne un’altra.

Il nuovo modo di fare politica dovrebbe quindi aumentare drasticamente la trasparenza e la coerenza dei comportamenti.

Come applicare questo principio ai processi di scelta dei responsabili ai vari livelli del Partito Democratico, ad esempio alle prossime designazioni dei Coordinatori dei circoli locali e del Segretario nazionale?

Per evitare il rischio di cadere nella pratica del doppio gioco e delle vecchie logiche consociative, la mia opinione è che sia preferibile un confronto tra più candidature, inteso non come contrapposizione di persone, ma come competizione di idee e di progetti, di linee politiche e programmatiche distinte, che valorizzi il dibattito e favorisca la partecipazione, così com’è stato per la designazione de Segretario nazionale il 14 ottobre 2007, del Coordinatore di circolo l’anno successivo e del candidato al Consiglio provinciale quest’anno.

Certo, è legittimo che i dirigenti del partito formulino delle proposte e cerchino un'intesa unitaria, purché questa rappresenti un progetto politico omogeneo e coerente e non sia il frutto di accordi verticistici di potere. Quando invece è evidente la sussistenza di più orientamenti è salutare che vi sia la possibilità di un confronto leale e democratico. Ossia un'articolata discussione sulle distinte proposte di progetto politico, aperta a tutti coloro che hanno il diritto di elettorato (non solo i componenti delle assemblee costituenti, ma anche i partecipanti alle primarie) e che si concluda con un voto. Chi avrà la maggioranza guiderà il partito in coerenza ai contenuti del progetto presentato, chi sarà in minoranza alimenterà la dialettica interna nell'interesse generale del partito.

Vi è chi sostiene che la pluralità di candidature costituirebbe una divisione dannosa per il Partito Democratico. A mio avviso, invece, una candidatura unitaria è positiva in quanto presupponga una convergenza sulla medesima proposta politica. Se, al contrario, vi sono più orientamenti la competizione trasparente tra la pluralità di proposte è garanzia di reale democrazia.

Da quando nel 2002 ho dato la mia disponibilità a lavorare prima per la per la Margherita e poi per il PD ho avuto la buona sorte di lavorare insieme a tante persone appassionate della politica degli ideali, attraverso percorsi trasparenti nell'interesse generale del partito e del territorio, sulla base della condivisione del medesimo progetto politico. Ora dobbiamo misurarci con la capacità di declinare i valori della trasparenza, coerenza e rispetto delle persone all'interno di un partito "plurale".

E, infine, come non vedere la straordinaria attualità di una concezione della politica non scissa da principi etici e regole morali. Per aver evocato la “questione morale” Berlinguer di cui il 10 giugno abbiamo ricordato il 25 anno dalla scomparsa, fi accusato di settarismo e moralismo. In realtà, in quella espressione c’era non soltanto la consapevolezza del degrado a cui il tessuto politico era pericolosamente esposto, ma soprattutto la ferma convinzione che la credibilità della politica e di chi la rappresenta consiste nella trasparenza, nella onestà, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni, nell’osservanza delle leggi e nell’adozione di comportamenti che non violino essenziali principi etici e morali in cui i cittadini si riconoscono. Valori e concetti di cui possiamo ben apprezzare la necessità in un tempo in cui la politica italiana ci consegna ogni giorno immagini assai deprimenti.

Riflettere , dunque, su Berlinguer e su Aldo Moro, di cui abbiamo ricordato il 31 anniversario del rapimento e dell’uccisione, non per un’antistorica nostalgia, ma per avvalersi delle loro intuizioni, delle loro riflessioni e del loro esempio. In particolare non possiamo – noi del Centro Studi Politici “Aldo Moro” - dimenticare le sue virtù politiche, l’animo innovatore, la capacità di andare “oltre” e di anticipare i tempi, la propensione al dialogo. L’insegnamento di Moro mantiene ancora oggi una sua attualità forte e contro le odierne semplificazioni, l’esperienza morotea dovrebbe essere se non fonte di ispirazione, perlomeno spunto di riflessione.

Non possiamo più permetterci soluzioni di alchimia politica, basate sulla composizione ingegneristica degli organismi o sugli “imbellettamenti”. Dobbiamo interrogarci e confrontarci sul profilo del partito, sulle risposte ai grandi temi sociali, culturali, etici, economici e amministrativi. Occorre, insomma, far nascere un nuovo profilo e una nuova identità del partito.

Spero che si accantoni l’idea di essere autosufficienti per lavorare invece in termini di alleanze costruttive.

domenica 17 maggio 2009

LA LEGALITA’ SEMPRE

Provando a pensare al concetto di illegalità si può oggi molto facilmente evocare uno scenario carico di sgomento e di violenza: mafia, crimine, ingiustizia, delinquenza, insicurezza, corruzione, bullismo, discriminazione, ecc. Alla luce di questa innegabile attualità l’assessore alla P.I. e Servizi Sociali Franco Caputo del Comune di Corato ha patrocinato il progetto “L’antimafia entra nelle scuole. Il valore della legalità”, svoltosi nella Scuola Media “A. De Gasperi”, presieduta dal prof. Tommaso Miccoli e rappresentata dalla prof.ssa Rossana Terzulli. Il progetto, coordinato dal noto criminalista Michele Cagnazzo, autore del libro – inchiesta “Mafia senza confini” è stato presentato dal consigliere comunale Francesco Mazzilli alla Commissione Consiliare Cultura, presieduta dal dr. Luigi Patruno, che lo ha trasmesso all’assessore competente, il quale si è pubblicamente impegnato a finanziarlo e a farlo adottare da tutte le scuole cittadine nel prossimo anno scolastico.

Il progetto, che ho contribuito a redigere e a seguire come docente, insieme all’avv. Marianna Aloiso, realizza, evidentemente, la volontà politica e amministrativa, prima ancora che sociale e pedagogica, di coltivare un’importante azione preventiva – molto più forte e profonda di qualunque forma di controllo sociale – tesa al rafforzamento del senso della legalità e della convivenza civile in una città che negli ultimi anni continua a registrare fenomeni di criminalità con conseguenze psicologiche e sociali davvero preoccupanti.

Partendo dal presupposto che la legalità interessa tutti, l’esperienza complessiva dell’attività didattica è stata riassunta nel seminario tenutosi il 14 maggio scorso, presso la scuola “A.De Gasperi”, alla presenza di genitori, docenti e allievi. Sia nel corso di formazione che nel convegno si è voluto trasmettere e rafforzare, soprattutto nei giovanissimi, un modello culturale di legalità teso allo sviluppo delle pratiche della legalità da riscontrare poi anche nei semplici gesti quotidiani che aiutano gli esseri umani a sentirsi più uniti e in armonia con il mondo.

Il corso di formazione civica, in pratica, ha proposto agli alunni delle terze classi un insieme di lezioni che corrispondono alle diverse accezioni del concetto di “legalità” ad hanno spaziato dalla costituzione all’educazione alla convivenza civile ed alla cittadinanza attiva, dalla tutela dell’ambiente naturale al rispetto del bene comune, dall’educazione all’informazione, dalla mediazione ei conflitti alla criminalità organizzata, ecc. Una sperimentazione sicuramente innovativa ed originale per il contesto coratino, realizzata con un approccio metodologico ed educativo che è stato in grado di “movimentare la rete” fra i diversi attori coinvolti (Scuola, Comune, Alunni, Famiglie), che hanno interagito in maniera dinamica ed hanno cooperato per un unico comune obiettivo: la legalità sempre, per il bene Comune.

L’obiettivo unitario delle attività svolte dal pool di esperti è stato quello di sviluppare il concetto di educazione alla legalità attraverso l’educazione all’ascolto, al rispetto e alla comprensione reciproca, al riconoscimento ed al superamento degli stereotipi di genere, alla presa di coscienza dei problemi legati allo scarso rispetto dei beni comuni, ai diritti e doveri della convivenza, ecc.

Tutto ciò ha riguardato i ragazzi. Ma gli adulti oltre che con l’esempio ed iniziative come quelle sopra descritte cos’altro potrebbero fare? Si potrebbero costituire in “Comitato per la Legalità” con il compito di promuovere una coscienza associativa che contrasti ogni pratica illegale ai danni di beni, imprese e persone, in qualunque forma si manifesti; il rispetto e la promozione degli interessi legittimi dei cittadini ed utenti, in particolare del loro diritto ad una completa informazione; la creazione di un senso di responsabilità e di un contributo fattivo alla salvaguardia delle condizioni di vivibilità dell’ambiente, della legalità, della sicurezza, del senso civico dei cittadini; la promozione della cultura, della coscienza civile e della legalità con particolare impegno nelle famiglie, nelle scuole, nelle istituzioni, a tutti i livelli e in tutte le realtà associative ed educative, con particolare attenzione al mondo dei giovani.

Certo, si tratta di un impegno – anche economico che non può essere realizzato in un istante. Ma se non ci si mette su questa strada mo delle famiglie sempre più in difficoltà, dei giovani sbandati e gravo problemi di sviluppo economico e sociale.

Interveniamo, insomma, per prevenire nelle giovani generazioni l’adesione al modello mafioso. Impegniamoci, senza entusiasmi soltanto momentanei, nel volontariato; scopriamo la solidarietà, strappiamo i ragazzi al degrado culturale. Solo così la mafia avrà difficoltà ad imporre i suoi modelli e a reperire manovalanza.